First We Feel Then We Fall — Jakub Wróblewski e Katarzyna Bazarnik

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http://www.firstwefeelthenwefall.com

Jakub Wróblewski e Katarzyna Bazarnik (Polonia), First We Feel Then We Fall, 2016

The White Diamond — Werner Herzog

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Werner Herzog (Germania), The White Diamond, 2004

The Red Drum Getaway — Adrien Dezalay, Simon Philippe, Emmanuel Delabaere

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Simon Philippe, Emmanuel Delabaere (Francia), The Red Drum Getaway, 2015

Abducted — Alberto Sánchez Argüello


Questa mattina ho trovato un pipistrello nella stanza. Non so come sia riuscito a entrare. Con un po' di paura sono riuscito a ucciderlo con una scopa.
A colazione mia sorella non ha toccato cibo. Ci ha detto che il collo le doleva tanto, però mamma non le ha badato. Lei ha deciso di rimanere a casa e sono andato da solo a prendere l'autobus. Sulla strada per la scuola mi è sembrato di vedere lo stesso pagliaccio del parco che mi fissava da un canale di scolo.
Durante la ricreazione ho raccontato ai miei amici che mia madre gioca  a infilare spilli in una bambolotto che assomiglia a papà. Lucia mi ha raccontato che ha visto sua madre fare lo stesso.
A lezione di spagnolo ci hanno avvisati che qualcun altro era stato rapito dagli alieni. Ci hanno mostrato una foto del bambino scomparso e tutti si sono spaventati: era uguale uguale a me.


Alberto Sánchez Argüello (Nicaragua), Abducidos

(Tradotto da Los García, Parafernalia Ediciones, 2015)

Quando gli animali scomparvero — Jorge Souto Browne


(Immagine: gvozdariki.ru)


La scomparsa degli animali non destò grande scalpore. Ci eravamo abituati a vedere i loro corpi decomposti dentro le lagune di olio e pece, a penzolare come impiccati dai rami pietrificati.

Tu avevi un cane, un cagnolino. Non ricordo come lo chiamavi.
Oggi mi hai detto: «Sai? Non provo alcun dolore. Non mi accorgo della differenza».
Ti credo, sei sincera.
Ci si abitua a tutto.
Anche gli affetti cambiano.

A volte ti osservo mentre lubrifichi la tua bestiolina.
Pensi a lei per prima, e solo dopo ai tuoi meccanismi — al tuo ingranaggio cardiopolmonare.


Jorge Souto Browne (Inghilterra/Portogallo), Quando os Animais Desapareceram

(Tradotto da Enciclopédia do Estranhamento para os Parvos, Oúltimofarol Ed., 2008)

Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio — Julio Cortázar

(Immagine: Justin Aerni)

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto un orologio, tanti auguri e speriamo che ti duri perché è di buona marca, svizzero con un’ancora di rubini; non ti regalano solamente questo piccolo scalpellino che ti legherai al polso e che passeggerà insieme a te. Ti regalano – non lo sanno, la cosa terribile è che non lo sanno –, ti regalano un nuovo pezzo di te stesso, un pezzo fragile e precario, qualcosa che è tuo ma non è il tuo corpo, che devi legarti al corpo con il cinturino come un braccio disperato appeso al polso. Ti regalano la necessità di caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo perché continui a essere un orologio; ti regalano l’ossessione di aspettare l’ora esatta nelle vetrine delle gioiellerie, agli annunci radiofonici, al servizio telefonico. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che cada a terra e si rompa. Ti regalano la sua marca, e la sicurezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a paragonare il tuo orologio con gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu il regalo, è te che regalano per il compleanno dell’orologio. 



Julio Cortázar, Preámbulo a las instrucciones para dar cuerda al reloj

(Da Historias de Cronopios y de Famas, Alfaguara edizioni, 2012.Traduzione dallo spagnolo di Chiara Candeloro — tratto da Sagarana.net)

Storia con la S maiuscola — José Eduardo Lopes

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(Achille con Chirone — part. dalla basilica di Ercolano, 45/79 d.C.)


La Storia è scritta con i testi e dagli autori che sopravvivono, e non con la cenere delle biblioteche incendiate, o dai saggi condannati a morte od al silenzio, che è la più prolungata delle morti. Se riuscissimo a redigere una Storia parallela a partire da tutti questi elementi perduti, ci renderemmo conto che i nostri libri e i nostri manuali scolastici oggi ci insegnerebbero storie e fatti assai diversi.
Una pergamena proveniente dall’antica Biblioteca di Pergamo, in seguito trascritta in copto, parte di quello che è stato classificato come il Codice Adb Qurna – 4B (il primo riferimento occidentale a quest’opera s’incontra in Rawlinson, W.E., nel suo Account of Old Manuscripts, del 1824), ci offre una visione differente della vita di Achille, almeno per i primi anni della vita dell’eroe.
Achille nacque in Tessaglia, ed era figlio del re Peleo. Questo antico testo non allude all’ambrosia o a qualche altro artificio usato da sua madre, Teti, per renderlo invulnerabile, e menziona al suo interno che l’infante Achille sarebbe stato ferito a morte da un cinghiale durante una battuta di caccia. Quando si riebbe, Teti lo affidò a Chirone, un vecchio eremita del monte Pelione. Di costui dice il manoscritto che fosse più antico delle più giovani rocce del Pelione, e che sulle quattro membra s’era fatto incidere il nome dei quattro minerali della scienza sacra. Chirone educa Achille ad esser vigoroso e feroce in battaglia, esortandolo a catturar le fiere, con i muscoli e lo spirito temprati dalle prove e dal rigore degli elementi. Allo stesso tempo, ricorrendo alla sua scienza segreta, concede ad Achille l’Elisir di Lunga Vita, che fece sì che Achille si mantenesse eternamente giovane e potesse vivere per sempre a meno che, com’è evidente, nessuna spada, nessun animale selvaggio o tempesta in mare, ponesse termine alla sua esistenza.
Era immortale, ma non invulnerabile, poderoso ma debole. L’Elisir gli conferiva una salute e una giovinezza indistruttibili, e l’educazione impartita da Chirone l’aveva preparato ad affrontare chiunque l’avesse voluto uccidere.
Fu per questo motivo che Teti tentò di mascherarlo da donna, perché fosse risparmiato dalla sorte delle guerre e dai pericoli del mare, e per lei fu come se l’avesse già perduto quando Ulisse smascherò quel travestimento e lo ricondusse al palazzo che l’aveva visto nascere.
Il testo rimanente della pergamena segue da vicino la versione classica del mito, con la sua partecipazione alla guerra di Troia o i suoi disaccordi con Agamennone; ma l’opera nel suo complesso traccia un nuovo profilo dell’eroe – quello di un uomo che non sarebbe mai morto di malattia o vecchiaia, e il cui addestramento lo rendeva invincibile in un combattimento leale. Si accorgono di questo i suoi nemici, che dopo aver provato a vincerlo in duello, riescono a sconfiggerlo solo colpendolo con una o più frecce avvelenate. Il veleno non priva l’eroe della vita, lo indebolisce solamente, occasione di cui i suoi nemici approfittano per decapitarlo. Gli Achei, al prestargli omaggio funebre, lo fanno dinanzi a una pila di cadaveri, perché il corpo d’Achille, privo della testa e spogliato della sua armatura reale, è indistinguibile dal corpo di qualsiasi altro eroe ucciso nella mischia.


José Eduardo Lopes (Mozambico/Portogallo), História com E maiúsculo(Tradotto da Estrada de Santiago)

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Refusi — Norberto Luis Romero

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Nessuno sapeva dirci da dove fosse spuntato quel dizionario. La nonna negava
categoricamente di essere l’Adelina a cui si riferiva la dedica, e in più sosteneva di
non sapere chi fosse quell’Assurbanipal. Ammetteva, questo sì, che il libro era in casa
fin da quando ne aveva memoria.
La dedica, scritta in elegante corsivo inglese, recitava: «Per Adelina, nel giorno
del suo onomastico, dal suo caro zio Assurbanipal». Era senza alcun dubbio
un’edizione spagnola, però mancavano le prime due o tre pagine, da cui avremmo
potuto scoprire casa editrice e data di stampa.
«Mai avuto uno zio con un nome del genere», si difendeva la nonna, già di
malumore e stanca dei nostri scherzi. La nonna non era certo il tipo da dire bugie così
senza motivo, ma devo ammettere che negli ultimi anni aveva iniziato a perdere la
sua memoria prodigiosa.
Io e mia sorella scoprimmo l’Assurbanipal (proprio così battezzammo il
dizionario fin dal primo momento) quando eravamo già assidui frequentatori della
biblioteca di casa, e ormai alti e svegli abbastanza da riuscire a raggiungere l’ultimo
ripiano della libreria, dove era rimasto dimenticato per anni.
La mamma assicurò che un dizionario così vecchio non ci sarebbe servito a
niente e non c’era motivo di usarlo: apposta ne avevano comprato un altro più
moderno e completo. Noi preferivamo il vecchio Assurbanipal tutto sfasciato e che
puzzava di umidità, perché ci sembrava un libro con una sua personalità, con una
storia e una tradizione; non come quella scomoda enciclopedia moderna, rilegata in
plastica e con illustrazioni un po’ infantili.
Sembrava che l’Assurbanipal avesse vita propria; prometteva misteri fin dalle
sue lettere minuscole, racchiudeva l’enigma della storia tra uno zio dal nome
spropositato e una nipote improbabilmente sconosciuta. Io e mia sorella Hester
volevamo andare in fondo a questa storia.

Per l’onomastico della nonna ci venne la bella idea di regalarle un libro di
ricette. Lei detestava la cucina. Noi lo avevamo fatto solo per buona volontà, e perché
il libro costava poco. E, naturalmente, questo iniziò subito a girare per casa senza
trovare una propria collocazione.
Quando pioveva o faceva molto freddo preferivamo non uscire e inventarci un
modo per passare il tempo. Se ci stancavamo di leggere o giocare, ci saltava in testa di
fare una torta.
Un giorno mi presentai in cucina con il ricettario nuovo di zecca e a Hester si
illuminarono gli occhi; era il primo libro di cucina entrato in casa e decidemmo di
iniziare a usarlo.
Scegliemmo una torta di fragole per l’illustrazione invitante, aprimmo il libro
alla pagina corrispondente e posammo un coltello sulle pagine per non farlo chiudere.
Hester da un lato e io dall’altro, con le mani bianche di farina, ci mettemmo all’opera.
«Non capisco», disse Hester all’improvviso, rompendo la calma e l’atmosfera
che avevamo creato, «qui dev’esserci un errore».
Mi piegai in avanti e lessi il punto che indicava con un dito bianco: «Quando
avrete ottenuto una pasta omogenea, versate il composto in un davanzale
precedentemente imburrato…». Ci guardammo e scoppiammo a ridere. Cos’era
quella storia di un davanzale precedentemente imburrato? Era senza dubbio un
refuso. Dissi a Hester che, proseguendo nella lettura, di sicuro avremmo trovato
l’indicazione di mettere la torta a raffreddare nello stampo di una finestra. Mi
sbagliavo. Nemmeno una parola su come raffreddare la torta. Grazie a quell’episodio
ridemmo e scherzammo per il resto della giornata.
Non andò allo stesso modo quando, pochi giorni dopo, scoprimmo il secondo
refuso: invece di «tagliate le fragole a fettine», c’era scritto «tagliate gli occhi a
fettine». Questo era, da ogni punto di vista, un refuso di pessimo gusto. A Hester fece
così schifo che ci toccò lasciare la torta a metà. Non volle neanche più usare il
ricettario e così fummo costretti a tornare alle nostre vecchie ricette inventate.

Quando le raccontammo cos’era successo, alla nonna sembrò normalissimo e
ci disse che cose del genere capitano spesso nei libri di oggi, da quattro soldi,
stampati male e rilegati peggio. Comunque sia, quel commento ci suonò come una
frecciatina per il nostro regalo. Io e Hester ci scambiammo occhiate complici. Più
tardi pensammo di rimediare alla nostra mancanza di tatto regalandole un altro libro,
e stavolta uno che le piacesse anche se più caro.
Notammo una smorfia di diffidenza sul suo volto quando le consegnammo
un’antologia di romantici inglesi rilegata in pelle, ma un attimo dopo sorrise e disse
che eravamo dei tesori.
Il terzo refuso lo scoprimmo un pomeriggio. Eravamo nel portico, a
sonnecchiare sulle sedie a dondolo, quando un gridolino soffocato e un colpo secco
sulle mattonelle del pavimento ci fecero sobbalzare. Aprimmo gli occhi e trovammo la
nonna in piedi, accanto alla sua sedia. Si copriva la bocca con le mani e scuoteva la
testa; guardava ora noi ora il libro buttato a terra. Balbettò più volte: «Che insolenza!
Che mancanza di rispetto!». Io e Hester non riuscivamo proprio a indovinare cosa
volesse dire. Quando sembrò aver recuperato la calma e la dignità di sempre, la
nonna ci disse: «Coleridge. Parte VI.» e si infilò in casa impettita. Un istante dopo si
riaffacciò sul portico e precisò: «Pagina 24».
Raccogliemmo il libro, con una certa inquietudine, e leggemmo:

Ma un vento repentino m’investì,
e non aveva suono o movimento:
una rumorosa ventosità
che si espelle dall’orifizio anale.



Continuammo a leggere e notammo sbalorditi che non si trattava dell’unico
refuso e che tutti erano ugualmente volgari e di pessimo gusto.
Evitammo di parlare di quell’inspiegabile incidente, soprattutto con la nonna; a ogni
occasione, ne approfittava per lanciarci occhiate recriminatorie che ci addossavano
una colpa ingiusta.
Una sera, mentre eravamo in salotto, papà entrò indignato per quelle
traduzioni fatte da dilettanti senza alcuna logica e senza rispettare l’opera originale e
lo spirito dell’autore. Portava con sé un libro acquistato da poco. La nonna fece
orecchie da mercante, fissò lo sguardo sul suo lavoro a maglia e si sistemò gli occhiali
mormorando qualcosa che non riuscii a capire.
«Hai sentito cos’ha detto la nonna?», sussurrò Hester mentre mi passava il
libro che le aveva dato papà, in modo che verificassimo quanti spropositi c’erano
scritti.
«Non ci sono riuscito.»
«Ho letto le labbra.»
«Cos’ha detto?»
«Assurbanipal», affermò decisa.
Una volta sicuri che la nonna fosse indaffarata in veranda, sgattaiolammo in
biblioteca e prendemmo il libro.
«Cerca Davanzale
Le pagine mi si imbrogliavano tra le dita.
… Davanti… Davanuino… Stampo.
«Come temevo», mormorò Hester strappandomi di mano il dizionario.
«Cerchiamo Occhio…»
Occhiera… Occhietto… Occhiro… Fragola.
Più avanti, alla lettera S, trovammo alcuni versi di Coleridge come definizione
di una parola che in casa non avevamo mai sentito in bocca a nessuno.
Lasciammo l’Assurbanipal su un tavolo. Il giorno dopo era scomparso. Lo
cercammo per tutta la casa e chiedemmo a tutti. Nonna Adelina giura e spergiura che
lei non sa niente di questa faccenda.


Norberto Luis Romero (Argentina/Spagna), Erratas (da
lla raccolta Transgresiones, Editorial Noega, Gijón, España / Alción Editora, Córdoba, Argentina, 1983)


(Estratto dall’e-book: Un re capriccioso e indolente, Dragomanni, dicembre 2014 — traduzione di Marta Graziani, Silvia Pellacani e Valentina Volpi)

Villa Rica de Oropesa — Adriana Alarco de Zadra

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La storia della tua famiglia, cara Josefina, è gremita di donne che causarono tremori e terremoti tra i coloni delle prime città andine fondate nel XVI secolo. Fino a Villa Rica de Oropesa arrivarono i tuoi antenati, dopo aver viaggiato sopra caravelle, sulla ferrovia, a cavallo e in camion, fino alle remote valli perdute dove giungevano i minatori in cerca di fortuna, di minerali che li avrebbero ricoperti d’oro e argento.

La tua bisnonna morì in odor di santità. Nella vita passava il tempo ricamando venti, tessendo tramonti, accompagnando sacerdoti, seminaristi e missionari e dipingendo crocifissi mentre pregava con fervore, “Signore, dacci oggi il nostro orgasmo quotidiano, e così liberaci da ogni tentazione, amen”.
Sua nonna, invece, la tua trisavola, studiò le erbe studiate, preparò tisane, raccolse bacche, cortecce, radici e semi per farne pomate e unguenti per sanar gli storpi ed i feriti delle miniere. Fu levatrice, guaritrice, compagna e amante, e vide nascere quasi tutti i bambini del villaggio.
Finché non arrivò l’Inquisizione e fu bruciata come strega sopra un rogo.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Villa Rica de Oropesa

I ciclopodi — Jorge Souto Browne

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I ciclopodi sono soliti andarsene a zonzo, senza meta.
È perché solo in questo modo riescono a fare incontri eccentrici, cosa di cui vanno pazzi.
Una volta, si dice, un ciclopode incontrò la Morte.
Non la riconobbe. La scambiò per una ragazza nuda.


Jorge Souto Browne (Inghilterra/Portogallo), Os Ciclópodes

(Tradotto da Enciclopédia do Estranhamento para os Parvos, Oúltimofarol Ed., 2008)

Il pazzo — Francisco Garzón Céspedes

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CORTESIA


Il pazzo prese l’ombrellino, lo sostenne in alto, e rimase fuori per
proteggere la sua ombra dal sole.


LETTURA

Il pazzo pose il mucchio di libri sulla testa. Chiuse gli occhi. Si 
concentrò.

ORBITA

Il pazzo mangiò i girasoli. Di notte seminò se stesso. Ed aspettò 
l’alba.

SALUTE MENTALE

Il pazzo non temperò la punta ma la gomma della matita. E, accuratamente, si dispose a cancellare il silenzio.


Francisco Garzón Céspedes (Cuba/Spagna), Cuentos del loco

(Traduzione di  Guadalupe Flores Alatorre Ricalde — da «Los cuadernos de las gaviotas», 123, Madrid/México D. F., 2014)



Essenza e attributo — Fernando Sorrentino

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I
l 25 luglio, calcando la lettera A, sentii una piccola verruca sul mignolo della mano sinistra. Il 27 mi sembrò decisamente più grande. Il 3 agosto riuscii, con l’aiuto di una lente d’ingrandimento, a vederne chiaramente la forma. Era una sorta di minuscolo elefante. L’elefante più piccolo del mondo, sì, ma era un elefante vero, anche nei suoi infimi lineamenti. L’estremità della sua codina lo teneva unito al mio dito. Così, era prigioniero del mio mignolo ma godeva comunque di libertà di movimenti, anche se i suoi spostamenti dipendevano totalmente dalla mia volontà.
Con orgoglio, timore, dubbi, lo mostrai ai miei amici. Ne rimasero schifati, dissero che non stava bene avere un elefante sul mignolo, mi consigliarono di consultare un dermatologo. Disattesi le loro parole, non consultai nessuno, ruppi i rapporti con loro, mi dedicai interamente a studiare l’evoluzione dell’elefante.
Verso la fine di agosto era già diventato un bell’elefantino grigio, lungo quanto il mio mignolo ma ben più grosso. Giocavo tutto il giorno con lui. A volte mi divertivo a dargli noia, a fargli il solletico, a insegnargli a fare le capriole e a saltare dei piccoli ostacoli come una scatoletta di fiammiferi, un temperamatite, una gomma da cancellare.
In quel periodo mi sembrò opportuno battezzarlo. Pensai a vari nomi stupidi e apparentemente degni, per tradizione, di un elefante: Dumbo, Yumbo, Jumbo... Alla fine preferii chiamarlo semplicemente Elefante.
Mi piaceva da morire dar da mangiare a Elefante. Spargevo sul tavolo briciole di pane, foglie di lattuga, pezzetti d’erba. E più in là, sull’orlo, un pezzetto di cioccolato. Elefante, allora, lottava per arrivare alla sua ghiottoneria. Ma se io tenevo la mano ferma Elefante non la poteva mai raggiungere. Potevo così affermare che Elefante non era che una parte, quella più debole, di me stesso.
Poco tempo dopo, quando Elefante aveva assunto le dimensioni di un topo, non potei più governarlo con tanta facilità. Il mio mignolo risultava troppo debole per resistere ai suoi slanci. Allora avevo ancora l’idea erronea che il fenomeno consistesse solo nella crescita di Elefante. Capii l’errore quando Elefante divenne grande quanto un agnello: quel giorno anch’io ero grande quanto un agnello.
Quella notte, e alcune altre, dormii prono con la mano sinistra fuori dal letto: sul pavimento, al mio fianco, dormiva Elefante. In seguito dovetti dormire sopra Elefante, prono, con la testa sulla sua anca, i piedi sul suo dorso. Quasi subito mi risultò sufficiente un frammento della sua anca. Successivamente solo la coda. Infine, l’estremità della coda, nella quale ero solo una piccola verruca, assolutamente impercettibile.
Allora temei di scomparire, di non essere più io, di essere solo un millimetro della coda di Elefante. Poi superai questa paura, recuperai l’appetito. Imparai a cibarmi di minuscole bricioline, di semi di scagliola, di fili d’erba, di insetti quasi microscopici.
Certo, così era prima. Ora ho ripreso a occupare uno spazio più degno nella coda di Elefante. Di sicuro sono ancora un qualcosa di aleatorio. Ma già riesco a impossessarmi di biscottini interi e a contemplare, invisibile, inattaccabile, i visitatori dello Zoo.
In questa fase del processo sono molto ottimista. So che Elefante ha iniziato a rimpicciolirsi. Perciò mi fanno pregustare un sentimento di superiorità i tranquilli visitatori che ci tirano ghiottonerie pensando di avere davanti a sé ovviamente solo Elefante, senza sospettare che lui non è che un attributo futuro dell’essenza latente che, rannicchiata, è ancora in agguato.


Fernando Sorrentino (Argentina), Esencia y atribución

(Traduzione di Alessandro Abate — da En defensa propia, Buenos Aires, Editorial de Belgrano, 1982)

Minuscole maiuscole, maiuscoli minuscoli

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Un maiuscolo numero di minuscole camminavano per la strada producendo un minuscolo numero di maiuscole. Per dei giorni, per delle ore... finché riuscirono a far sì che dei minuscoli minuscoli, maiuscolamente minuscoli, diventarono minuscolamente maiuscoli.


Carlos Suchowolski Kohn (Spagna), Minúsculas mayúsculas, mayúsculos minúsculos

Meteorite — Adriana Alarco de Zadra

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Sulla crosta del pianeta cadde un bolide. Gli abitanti del villaggio lo videro nel momento che attraversava il firmamento. L'oggetto lasciò una striscia luminosa nel cielo, mentre all’impatto produsse un movimento tellurico di notevoli proporzioni. Si aprì un varco nella terra e una quantità incredibile di polvere rossa coprì l’ambiente circostante.
La gente locale notò con sorpresa le frane cadere dalla collina adiacente senza alcun controllo. Incolparono del disastro ecologico un meteorite in caduta imprevista, ma ciò non fu mai provato. Cercarono tra le discariche circostanti, tuttavia qualsiasi roccia faceva pensare che fosse diversa da ogni altra vista in precedenza e non riuscirono a mettersi d’accordo.
I contadini pensarono anche che il meteorite avesse prodotto crepe tanto profonde che nessuno avrebbe osato indagare nelle grotte o nelle fenditure così scavate.
─  Forse dei fantasmi spunteranno poi dall'interno di quel "mitologito" caduto dal cielo! ─ si sentiva commentare (1).
Presto il fatto fu dimenticato e le fessure aperte nella periferia del villaggio, tra discariche e cardi, in pochi giorni si riempirono nuovamente di terra, erbacce e pietre portate dal forte vento del pomeriggio.
Qualche tempo dopo, nel buio profondo della notte, fuoriuscì dalla sua tana tra le aperture della roccia spaziale, una piccolissima spora che volò nell'atmosfera della grotta sotterranea dove era capitata. Era un minuscolo pezzo di vita vagante che si spostava in aria attraverso il sito oscuro. Nessuno poteva sapere di lui o riconoscerlo perché era un essere insolito, unico, speciale, inspiegabile.
Poco a poco, l'umidità favorì la sua crescita amorfa e veloce. Cominciò a sembrare un embrione rudimentale che si sviluppò finché poté attaccarsi alle pareti della grotta. Mesi più tardi si arrampicò lentamente verso la luce che percepiva in lontananza, alla fine del tunnel, in superficie. Come una macchia scura scalò la parete avvicinandosi all'uscita del rifugio sotterraneo sotto il bagliore di una luce incredibile e si riversò fuori dall'imboccatura della grotta.
Anche se non aveva nessuna conoscenza di quello che doveva fare, sviluppò l'intuizione e la sensibilità, acquisendo conoscenza dell'atmosfera che lo circondava, cercando di annusare, vedere, toccare e provare. Per trovare il cibo, oltre le sostanze primitive che aveva divorato in profondità, doveva continuare a crescere, a espandersi. Le forme di vita sono infinite, ma questo strano essere fuoriuscito dal metallo di un meteorite caduto dall'alto, visto sotto la luce del sole aveva un aspetto strano, affascinante, inaspettato.
Cresceva a vista d’occhio con una forma irregolare, senza volto, apparendo come un essere mutevole di colore morbido e vibrante. Appena si formarono le budella, gettò liquido viola e si spostò nel nuovo paesaggio. L'atmosfera era riscaldata e proteggeva i suoi sistemi biologici molto meglio del freddo intenso del luogo da dove era venuto. Si sentiva a proprio agio sotto la luce insolita e iniziò la sua attività lenta e scorrevole per trovare ciò che gli era necessario per svilupparsi. Corse lungo le superfici ruvide e morbide, umide e secche. Sul percorso trovò sostanze dolci, amare, acide. Ne assimilò alcune, sputandone via altre e sbarazzandosi di gran parte dalla sua materia originaria che stava diventando spugnosa.
─ Devo sopravvivere! Sono l'unico essere della mia specie rimasto nell’Universo! ─ ripeteva tra sé e sé, nel profondo del suo essere.
Prese il colore del terriccio sopra il quale si muoveva e passò inosservato davanti agli esseri viventi che abitavano il pianeta dove era arrivato dopo la terribile esplosione. Ascoltò il rumore di voci, suoni bizzarri, armonia e dissonanze. Mentre scivolava, percepiva sfumature chiare e scure, umidità e calore, segni, movimento e linfa vitale. Crebbe e sviluppò cartilagini invece di ossa e continuò a espandersi. In questo mondo dove era capitato, cominciò a percepire la pace che lo circondava e sentì di essere felice. Non avvertiva altre esplosioni né vampate infernali o pericoli imminenti.
Potrei finalmente vivere tranquillo, pensò, sviluppando sensi e benessere.
È meraviglioso essere in grado di scoprire nuove idee per sopravvivere. Sono un miracolo vivente, si ripeté.
Così trascorse per un po’ la sua vita amorfa e irregolare, sottraendo umidità e nutrimenti dalla terra. Passò il tempo e, quando già si sentiva parte di questo nuovo universo che lo circondava, si rese conto che un oggetto raccapricciante e aggressivo si avvicinava e inalava il suo odore. Altre volte, per non far scoprire la sua ombra ad altri esseri, si era ristretto, rimpicciolito e nessuno aveva notato il suo corpo mimetizzato. Questo essere, tuttavia, era grande e crudele, vorace e feroce, eppure perspicace. La creatura venuta dallo spazio non era stata veloce nei suoi movimenti e l'aggressore aveva potuto seguirlo, capovolgerlo, leccarlo, esaminarlo e dopo un'attenta analisi, pure inghiottirlo come uno spuntino.
─ Rex! ─ gridò una ragazza cercando il suo cane. ─ Dove hai preso quella spugna? Non dovresti ingoiare oggetti sconosciuti! Anche se sei grande e grosso, potresti avvelenarti! Vieni qua, Rex! Il giorno successivo, il cane era morto. Trovarono il suo scheletro e la sua pelle priva di organi interni. Qualcosa di inconcepibile lo aveva divorato da dentro.
Nessuno poté indovinare che un essere di altri mondi avesse inghiottito chi per primo lo aveva ingoiato. Intanto, una spugna amorfa continuava a crescere in periferia, come una macchia nera in quel posto, dove era caduto un meteorite tempo addietro. Coloro che attraversavano i sentieri nelle vicinanze non erano a conoscenza della relazione fra il meteorite e quella massa informe che abbracciava le pietre del campo e che si avvicinava lentamente verso il movimento, le voci e i rumori, verso le luci sporadiche, con tenacia, ansia e maligne intenzioni di divorarli.
Questo nuovo ambiente domestico fece crescere rapidamente l’essere di un altro mondo, assimilando il potere degli altri che divorava, aspettando di arrivare al momento cruciale di poter procreare e dividersi, mentre radeva al suolo tutto ciò che gli poteva dare energia vitale. Si poteva considerare un essere in espansione. Alla fine aveva scoperto che in questo luogo, dove l’aveva portato il destino, aveva a sua disposizione numerose provvigioni per sfamarsi.
E gioiva della sua buona stella!


Adriana Alarco de Zadra (Perù)

(Traduzione dell’Autrice)

(1) Il racconto nasce da un fatto reale: un meteorite precipitato sulle Ande che le popolazioni locali, storpiando il termine spagnolo, chiamarono “mitologito” (N.d.C.)

Incontro col capo dei lupi — Patricia Nasello




P
er riempire dei moduli ho fatto tardi. Stupida imprudenza!
Mi blocco di colpo. I fogli restano come stanno. La penna cade sul pavimento. Non importa. Prendo il cappotto e la borsa. Esco dall’ufficio. Lotto con la serratura, la fretta mi intorpidisce le mani, finalmente riesco a infilare la chiave. Fingendo calma comincio a camminare. Cinque isolati mi separano dal palazzo in cui vivo.
Non li vedo, ma so che se ne stanno lì, in agguato.
Silenzio. Il fetore attraversa la notte. Odorano di carogna.
L’aria fredda mi ferisce il viso. Mi stringo dentro il soprabito. Alzo il colletto. Accelero il passo.
I miei tacchi riecheggiano contro l’asfalto. Rimangono ancora due isolati.
– Dovrei essere preparata – penso – quando cala il sole, le strade sono loro. L’Autorità è impotente a tenerli sotto controllo. Da quando è così? Non mi ricordo. Da ieri, da un mese. Forse sono già passati vent’anni così.
Inizia a piovigginare. C’è un lampione all’angolo, le gocce brillano contro la sua luce. Sotto, una giovane. Le passo accanto. Minigonna di cuoio, stivali alti, labbra rosse.
Mi sorprende la sua presenza. Saremo le uniche due persone che sono fuori a quest’ora – immagino.
Immagino male. Un’auto si avvicina, si ferma e la carica. Al volante c’è l’Autorità. La ragazza indica il conducente con la testa e grida attraverso il finestrino: “Non è colpa dei lupi, eseguono gli ordini”.
La macchina si allontana.
Non ho capito il messaggio, non voglio capirlo.
– Basta – dico – se sopravvivo a stanotte, domani stesso lascio la città.

 
Patricia Nasello (Argentina), Encuentro con el jefe de los lobos

(Tradotto da Esta que ves)

Indovinello con poeta — Héctor Ranea



Castore e Polluce erano l’ornamento della notte in cui lui nacque e, forse, si potrebbe dire che il suo nome era segnato da una preposizione, ridotta e sincopata, benché avesse qualcosa di predicato al tempo, che sempre cresce. E tutto questo si deduce un po’ alla volta, in realtà soltanto a mo’ di congettura, com’è il suo poema, a partire dalla prima riga del suo grande viaggio.
Non so se il pane adesso sappia di ciò che lui avrebbe gradito; comunque la sua voce tuonò in tante battaglie così come in poemi, e alcune di quelle erano forse più sanguinarie dei secondi, e altre, fortunatamente, furono solo a viva voce, benché, a volte, illuminate da candele oscure. E poche battaglie vinse, di sicuro, e in meno lotte che poemi espresse la sua vera causa. Ciò è certo assai più verosimile di quanto sia l'alloro immaginario che ne annunziò la costellazione della nascita.
Camminò, si fa per dire, il paese intero. Forse fuggendo, ma senza temere, forse lasciando all'oblio la sua parola, con tanto orgoglio come con timore.
Dicono che amò tanto intensamente che mai tornò a incontrare la sua amata se non nella sua morte. Ma è improbabile: a meno che non si consideri che le poesie che le dedicò fossero scene tratte da momenti simili alla morte, all’estasi, al naufragio.
Morì in autunno però non fu foglia, e guardando il mare, oggi invisibile. E anche se questo accadde tempo fa, ancora adesso il suo poema viene letto, perché a percorrere le righe insieme a lui queste ci gettano in turbinii giganti che, se si vuole, possono vincere la Storia, benché tutto quanto esista appena dentro la sua mente, che per fortuna non si spegne mai.


Héctor Ranea (Argentina), Adivinanza con poeta


(Immagine e traduzione dell’Autore — revisione linguistica ed editing: S.V.)

L’ultimo viaggio della nave fantasma — Gabriel García Márquez

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Adesso vedranno un po’ chi sono io, si disse, con la sua nuova vociaccia di uomo, molti anni dopo aver visto per la prima volta il transatlantico immenso, senza luci e senza rumori, che una notte passò davanti al villaggio come un gran palazzo disabitato, più lungo di tutto il villaggio e molto più alto del campanile della sua chiesa, e continuò a navigare nel buio verso la città coloniale fortificata contro i bucanieri dall’altra parte della baia, col suo antico porto negriero e il faro di grande atterraggio i cui lugubri fasci di luce, ogni quindici secondi, trasfiguravano il villaggio in un accampamento lunare di case fosforescenti e strade di deserti vulcanici, e benché egli fosse allora un bambino senza vociaccia di uomo ma col permesso di sua madre di ascoltare fino a molto tardi sulla spiaggia le arpe notturne del vento, si poteva ancora ricordare come se lo stesse vedendo che il transatlantico scompariva quando la luce del faro gli batteva sulla fiancata e tornava ad apparire quando la luce finiva di passare, di modo che era una nave intermittente che andava comparendo e scomparendo verso l’entrata della baia, cercando con tastoni di sonnambulo le boe luminose che segnalavano il canale del porto, finché qualcosa dovette cedere nei suoi aghi d’orientamento, perché derivò verso gli scogli inciampicò, saltò in pezzi e affondò senza un solo rumore, benché uno scontrone simile contro le rocce era tale da dover produrre un fragore di ferri e un’esplosione di macchine da gelare di paura i draghi più addormentati nella selva preistorica che cominciava nelle ultime strade della città e finiva dall’altra parte del mondo, così che egli stesso credette che era un sogno, soprattutto il giorno dopo, quando vide l’acquario radioso della baia, il disordine di colori delle baracche dei negri sulle colline del porto, le golette dei contrabbandieri delle Guayane che ricevevano il loro carico di pappagalli innocenti col gozzo pieno di diamanti, pensò, ho preso sonno contando le stelle e ho sognato di quella nave enorme, certo, rimase così convinto che non lo disse a nessuno né tornò più a ricordarsi della visione fino alla stessa notte del marzo seguente, mentre stava cercando indizi di delfini nel mare e invece trovò il transatlantico illusorio, scuro, intermittente, con la stessa meta sbagliata della prima volta, solo che allora lui era così sicuro di essere sveglio che corse a raccontarlo a sua madre, e lei passò tre settimane gemendo di disinganno, perché ti sta marcendo il cervello da tanto andare a rovescio, dormendo di giorno e avventurando di notte come la gente di malavita, e dato che dovette andare in città in quei giorni in cerca di qualcosa di comodo su cui sedersi a pensare al marito morto, poiché alla sua dondola si erano consumati i bilancieri in undici anni di vedovanza, approfittò dell’occasione per pregare l’uomo della barca di passare per gli scogli in modo che il figlio potesse vedere quello che in effetti vide nella vetrina del mare, gli amori delle mante in primavere di spugne, i pagri rosei e le corvine blu che si tuffavano nelle pozze d’acqua più tenere che c’erano dentro le acque, e perfino le capigliature erranti degli annegati di qualche naufragio coloniale, ma né traccia di transatlantici affondati né cavoli a merenda, e tuttavia, lui continuava ad incaponirsi tanto che sua madre promise di accompagnarlo alla vigilia del marzo prossimo, certo, senza sapere che l’unica cosa certa che c’era nel suo futuro era una poltrona dei tempi di Francis Drake che comprò in una svendita di turchi, nella quale si sedette a riposare quella stessa sera, sospirando, mio povero Oloferne, se vedessi come si pensa bene a te su queste fodere di velluto e con questi broccati di catafalco di regina, ma tanto più rievocava il marito quanto più le gorgogliava e le si faceva di cioccolata il sangue nel cuore, come se invece di stare seduta stesse correndo, inzuppata di brividi e col respiro pieno di terra, finché lui tornò all’alba e la trovò morta nella poltrona, ancora calda ma già mezzo marcia come i morsicati da serpente, la stessa cosa che successe dopo ad altre quattro signore prima che buttassero in mare la poltrona assassina, molto lontano, dove non facesse male a nessuno, perché l’avevano usata tanto attraverso i secoli che le si era logorata la capacità di produrre riposo, di modo che lui dovette abituarsi alla sua miserabile pratica di orfano, segnato a dito da tutti come il figlio della vedova che portò nel villaggio il trono della disgrazia, vivendo non tanto della carità pubblica quanto del pesce che rubava nelle barche, mentre la voce gli si andava facendo di bramante e senza più ricordarsi delle sue visioni di un tempo fino a un’altra notte di marzo in cui guardò per caso verso il mare, e ad un tratto,




mamma mia, eccola lì, la madornale balena d’amianto, la bestia mugghiona, venite a vederlo, gridava impazzito, venite a vederlo, suscitando un tale parapiglia di latrati di cani e di panico di donne, che perfino gli uomini più vecchi si rammentarono degli sgomenti dei loro bisnonni e si cacciarono sotto il letto credendo che era tornato William Dampier, ma quelli che scapicollarono in strada non si presero il disturbo di vedere l’apparato inverosimile che in quell’istante tornava a perdere l’orientamento e si sfasciava nel disastro annuale, ma lo controcaricarono di botte e lo lasciarono così mal contorto che fu allora che egli si disse, sbavando di rabbia, adesso vedranno un po’ chi sono io, ma badò bene di non compartire con nessuno la sua decisione e invece passò l’anno intero con l’idea fìssa, adesso vedranno un po’ chi sono io, aspettando che fosse di nuovo la vigilia delle apparizioni per fare quello che fece, ecco fatto, rubò una barca, attraversò la baia e passò il pomeriggio ad aspettare la sua ora grande nei meandri del porto negriero, tra la salamoia umana dei Caraibi, ma così assorto nella sua avventura che non si fermò come sempre davanti ai negozi degli indù per vedere i mandarini d’avorio scolpiti nella zanna intera dell’elefante, né si burlò dei negri olandesi sui loro velocipedi ortopedici, né si spaventò come altre volte per i malesi dalla pelle di cobra che avevano fatto il giro del mondo ammaliati dalla chimera di una locanda segreta dove vendevano filetti di brasiliane alla griglia, perché non si accorse di nulla finché la notte non gli piombò addosso con tutto il peso delle stelle e la selva esalò una fragranza dolce di gardenie e di salamandre marce, e lui se ne stava già remando nella barca rubata verso l’entrata della baia, con la lampada spenta per non mettere in allarme i poliziotti della dogana, idealizzato ogni quindici secondi dall’alata verde del faro e reso di nuovo umano dal buio, sapendo di trovarsi vicino alle boe che indicavano il canale del porto non solo perché vedeva sempre più intenso il suo fulgore opprimente ma perché il respiro dell’acqua si andava facendo triste, e così remava tanto assorto che non seppe da dove gli giunse all’improvviso un pauroso alito di pescecane né perché la notte si fece densa come se le stelle fossero morte di repente, ed era perché il transatlantico si trovava lì con tutta la sua dimensione inconcepibile, mamma, più grande di qualsiasi altra cosa grande nel mondo e più scuro di qualsiasi altra cosa scura della terra o dell’acqua, trecentomila tonnellate d’odore di pescecane che passavano così vicine alla barca da lasciargli scorgere le cuciture del precipizio d’acciaio, senza una sola luce negli infiniti oblò, senza un sospiro nelle macchine, senza un’anima, e recando con sé il proprio ambito di silenzio, il proprio cielo vuoto, la propria aria morta, il suo tempo fermato, il suo mare errante sul quale galleggiava un mondo intero di animali annegati, e ad un tratto tutto quello scomparve con la falciata del faro e per un attimo tornò ad essere il mare dei Caraibi diafano, la notte di marzo, l’aria quotidiana dei pellicani, di modo che lui rimase solo tra le boe, senza sapere cosa fare, domandandosi sbigottito se davvero non stesse sognando ad occhi aperti, non solo ora ma anche le altre volte, ma aveva appena finito di domandarselo quando un soffio di mistero andò spegnendo le boe dalla prima fino all’ultima, così che quando passò il chiarore del faro il transatlantico riapparve ed aveva già le bussole forviate, forse senza sapere nemmeno in che luogo del mare oceano si trovava, cercando tentoni il canale invisibile ma in effetti alla deriva verso gli scogli, finché egli ebbe la rivelazione schiacciante che quell’incidente delle boe era l’ultima chiave dell’incantesimo, e accese la lampada della barca, una minima lucina rossa che di sicuro non avrebbe allarmato nessuno nei minareti della dogana, ma che dovette essere per il pilota come un sole orientale, perché grazie a quella luce il transatlantico corresse il suo orizzonte ed entrò per la porta grande del canale in una manovra di risurrezione felice, e allora tutte le sue luci si accesero nello stesso tempo, le caldaie tornarono a sbuffare, si accesero le stelle nel suo cielo e i cadaveri degli animali calarono sul fondo, e c’era uno strepito di piatti e una fragranza di salsa di lauro nelle cucine, e si udiva il bombardino dell’orchestra sulle coperte di luna e il tumtum delle arterie degli innamorati d’altomare nella penombra delle cabine, ma lui aveva ancora in sé tanta rabbia arretrata che non si lasciò stordire dall’emozione né intimorire dal prodigio, ma si disse con più fermezza che mai che adesso vedranno un po’ chi sono io, cacchio, adesso lo vedranno, e invece di farsi da parte per non essere investito da quella macchina colossale cominciò a remare davanti a lei, perché adesso sì imparerete chi sono io, e continuò a orientare la nave con la lampada finché fu così sicuro della sua ubbidienza che la costrinse a scorreggere di nuovo la meta dei moli, la tolse dal canale invisibile e se la portò al guinzaglio come se fosse un vitello di mare verso le luci del villaggio addormentato, una nave viva e invulnerabile ai fasci del faro che ora non la invisibilizzavano ma la rendevano d’alluminio ogni quindici secondi, e là cominciavano a definirsi le croci della chiesa, la miseria delle case, l’illusione, e il transatlantico gli andava ancora dietro, seguendolo con tutto quello che portava dentro, il suo capitano addormentato sul fianco del cuore, i tori da torneo nella neve delle sue dispense, il malato solitario nel suo ospedale, l’acqua orfana delle sue cisterne, il pilota irredento che dovette scambiare i faraglioni per moli perché in quel momento scoppiò il ruggito madornale della sirena, una volta, e lui rimase inzuppato dall’acquazzone di vapore che gli cadde addosso, un’altra volta, e la barca altrui fu sul punto di andare a picco, e un’altra volta, ma ormai era troppo tardi, perché lì c’erano le chiocciole della riva, i sassi della strada, le porte degli increduli, il villaggio intero illuminato dalle stesse luci del transatlantico impaurito, e lui ebbe appena il tempo di scostarsi per dar passo al cataclisma, gridando tra la commozione, eccovelo, babbioni, un secondo prima che il tremendo scafo d’acciaio squartasse la terra e si udisse il rovinio nitido delle novantamilacinquecento coppe di champagne che si ruppero una dopo l’altra da prua fino a poppa, e allora si fece luce, e non fu ormai più l’alba di marzo bensì il mezzogiorno di un mercoledì radioso, e lui si poté togliere la soddisfazione di vedere gli increduli che contemplavano a bocca aperta il transatlantico più grande di questo mondo e dell’altro incagliato davanti alla chiesa, più bianco di tutto, venti volte più alto del campanile e circa novantasette volte più lungo del villaggio, col nome inciso in lettere di ferro, halalcsillag, e ancora sgocciolante lungo i fianchi delle acque antiche e languide dei mari della morte.



Gabriel García Márquez (1927-2014), El último viaje del buque fantasma, 1968 (in La increible y triste historia de la candida Eréndira y de su abuela desalmada, 1972)
(Traduzione di Enrico Cicogna – tratto da La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata, Mondadori 1984)

Le bocche delle infermiere — Elie Wiesel

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(…) Seguita dal dottore, Kathleen lasciò la stanza in punta di piedi. L’infermiera rimase con me. Avrei dato molto per sapere come fosse: vecchia o giovane, bella o accigliata, bionda o bruna... Ma le palpebre non mi obbedivano. Ogni ripetuto sforzo per sollevarle falliva. A un certo punto, mi dissi che la volontà non bastava più, che dovevo servirmi delle mani. Ma erano legate alle sbarre del letto e c’erano ancora i grossi aghi.

«Le faccio due iniezioni», mi annunciò l’infermiera la cui voce non mi fornì alcuna informazione utile.
«Due? Perché due?»
«Prima la penicillina. L’altra la farà dormire.»
«Non ne ha una terza contro la sete?»
Respiravo a fatica. I polmoni stavano per scoppiare: paioli vuoti dimenticati sul fuoco.
«Dormirà. Non avrà sete.»
«Non sognerò di avere sete?»
L’infermiera sollevò le coperte.
«Le farò una iniezione contro i sogni.»
È gentile, pensai. Ha un cuore d’oro. Soffre quando soffro io. Tace quando ho sete. Tace quando dormo. Tace quando sogno. Probabilmente è giovane, bella, radiosa, attraente. Ha il viso serio e occhi ridenti. La bocca sensuale fatta non per parlare ma per baciare. Proprio come gli occhi della nonna, che le erano stati dati non per guardare, non per meravigliarsi ma semplicemente per piangere.
Prima iniezione. Niente. Nessun dolore. Seconda iniezione, nel braccio. Ancora niente. Per quel che mi riguardava, potevano farmi punture fino alla fine dei miei giorni. Me ne infischiavo. Stavo così male persino all’interno del mio essere che non le sentivo.
L’infermiera sistemò le coperte, mise le siringhe in una scatola metallica, spinse una sedia e girò un pulsante.
«Spengo la luce», disse. «Presto dormirà.» All’improvviso mi venne in mente che anch’ella avrebbe voluto baciarmi prima di andarsene. Un bacio sulla fronte o sulla guancia e forse anche sulle palpebre. Si faceva, negli ospedali. Una brava infermiera bacia i malati dando loro la buonanotte. Non sulla bocca. Sulla fronte, sulla guancia. Per tranquillizzarli. Un malato che una donna vuole baciare crede di essere meno malato. Non sa che le bocche delle infermiere non sono fatte per parlare o per piangere ma per tacere e per baciare i malati perché non abbiano paura di dormire, perché non abbiano paura del buio.
Una nuova ondata di sudore mi ricoprì completamente.
«Non deve baciarmi», mormorai sottovoce. L’infermiera fece un risolino amichevole.
«Certamente no. Fa venire sete.»
Poi abbandonò la stanza. Attesi il sonno.


Elie Wiesel, dal romanzo Day, 1961 (Il giorno, Guanda, Parma 1999 — traduzione di Emanuela Fubini)

(Tratto da Sagarana.net)

Le linee della mano — Julio Cortázar

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(Foto: Devon Cummings)


Da una lettera abbandonata su una tavola esce una linea che corre sull'asse di pino e scende lungo la gamba. Basta osservare bene per scoprire che la linea continua lungo il pavimento di legno, risale per il muro, entra in una stampa che riproduce un quadro di Boucher, disegna la schiena di una donna china su un divano, e infine scivola via dalla camera per il soffitto e seguendo il parafulmine scende in strada. Qui è difficile seguirla perché il traffico è intenso, ma con un po' di attenzione la si scorgerà salire sulla ruota dell'autobus fermo all'angolo con capolinea al porto. Là scende lungo la calza di nailon della passeggera piú bionda, entra nel territorio ostile delle dogane, si arrampica e fila ed evoluisce fino al molo principale, e qui (ma è difficile scorgerla, solo i topi la seguono arrampicandosi a bordo) sale sulla nave dalle turbine sonore, corre per i tavolati della coperta di prima classe, evita con difficoltà il boccaporto principale, e in una cabina dove un uomo triste beve cognac e ascolta la sirena della partenza, rimonta lungo la cucitura del calzone, il gilè, scivola fino al gomito, e con un ultimo sforzo si rifugia nel palmo della mano destra, che in quell'istante comincia a chiudersi sul calcio di una pistola.


Julio Cortázar, da Historias de cronopios y de famas, 1962

(Storie di cronopios e di famas, Einaudi — trad. italiana di Flaviarosa Nicoletti Rossini)