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Villa Rica de Oropesa — Adriana Alarco de Zadra

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La storia della tua famiglia, cara Josefina, è gremita di donne che causarono tremori e terremoti tra i coloni delle prime città andine fondate nel XVI secolo. Fino a Villa Rica de Oropesa arrivarono i tuoi antenati, dopo aver viaggiato sopra caravelle, sulla ferrovia, a cavallo e in camion, fino alle remote valli perdute dove giungevano i minatori in cerca di fortuna, di minerali che li avrebbero ricoperti d’oro e argento.

La tua bisnonna morì in odor di santità. Nella vita passava il tempo ricamando venti, tessendo tramonti, accompagnando sacerdoti, seminaristi e missionari e dipingendo crocifissi mentre pregava con fervore, “Signore, dacci oggi il nostro orgasmo quotidiano, e così liberaci da ogni tentazione, amen”.
Sua nonna, invece, la tua trisavola, studiò le erbe studiate, preparò tisane, raccolse bacche, cortecce, radici e semi per farne pomate e unguenti per sanar gli storpi ed i feriti delle miniere. Fu levatrice, guaritrice, compagna e amante, e vide nascere quasi tutti i bambini del villaggio.
Finché non arrivò l’Inquisizione e fu bruciata come strega sopra un rogo.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Villa Rica de Oropesa

Meteorite — Adriana Alarco de Zadra

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Sulla crosta del pianeta cadde un bolide. Gli abitanti del villaggio lo videro nel momento che attraversava il firmamento. L'oggetto lasciò una striscia luminosa nel cielo, mentre all’impatto produsse un movimento tellurico di notevoli proporzioni. Si aprì un varco nella terra e una quantità incredibile di polvere rossa coprì l’ambiente circostante.
La gente locale notò con sorpresa le frane cadere dalla collina adiacente senza alcun controllo. Incolparono del disastro ecologico un meteorite in caduta imprevista, ma ciò non fu mai provato. Cercarono tra le discariche circostanti, tuttavia qualsiasi roccia faceva pensare che fosse diversa da ogni altra vista in precedenza e non riuscirono a mettersi d’accordo.
I contadini pensarono anche che il meteorite avesse prodotto crepe tanto profonde che nessuno avrebbe osato indagare nelle grotte o nelle fenditure così scavate.
─  Forse dei fantasmi spunteranno poi dall'interno di quel "mitologito" caduto dal cielo! ─ si sentiva commentare (1).
Presto il fatto fu dimenticato e le fessure aperte nella periferia del villaggio, tra discariche e cardi, in pochi giorni si riempirono nuovamente di terra, erbacce e pietre portate dal forte vento del pomeriggio.
Qualche tempo dopo, nel buio profondo della notte, fuoriuscì dalla sua tana tra le aperture della roccia spaziale, una piccolissima spora che volò nell'atmosfera della grotta sotterranea dove era capitata. Era un minuscolo pezzo di vita vagante che si spostava in aria attraverso il sito oscuro. Nessuno poteva sapere di lui o riconoscerlo perché era un essere insolito, unico, speciale, inspiegabile.
Poco a poco, l'umidità favorì la sua crescita amorfa e veloce. Cominciò a sembrare un embrione rudimentale che si sviluppò finché poté attaccarsi alle pareti della grotta. Mesi più tardi si arrampicò lentamente verso la luce che percepiva in lontananza, alla fine del tunnel, in superficie. Come una macchia scura scalò la parete avvicinandosi all'uscita del rifugio sotterraneo sotto il bagliore di una luce incredibile e si riversò fuori dall'imboccatura della grotta.
Anche se non aveva nessuna conoscenza di quello che doveva fare, sviluppò l'intuizione e la sensibilità, acquisendo conoscenza dell'atmosfera che lo circondava, cercando di annusare, vedere, toccare e provare. Per trovare il cibo, oltre le sostanze primitive che aveva divorato in profondità, doveva continuare a crescere, a espandersi. Le forme di vita sono infinite, ma questo strano essere fuoriuscito dal metallo di un meteorite caduto dall'alto, visto sotto la luce del sole aveva un aspetto strano, affascinante, inaspettato.
Cresceva a vista d’occhio con una forma irregolare, senza volto, apparendo come un essere mutevole di colore morbido e vibrante. Appena si formarono le budella, gettò liquido viola e si spostò nel nuovo paesaggio. L'atmosfera era riscaldata e proteggeva i suoi sistemi biologici molto meglio del freddo intenso del luogo da dove era venuto. Si sentiva a proprio agio sotto la luce insolita e iniziò la sua attività lenta e scorrevole per trovare ciò che gli era necessario per svilupparsi. Corse lungo le superfici ruvide e morbide, umide e secche. Sul percorso trovò sostanze dolci, amare, acide. Ne assimilò alcune, sputandone via altre e sbarazzandosi di gran parte dalla sua materia originaria che stava diventando spugnosa.
─ Devo sopravvivere! Sono l'unico essere della mia specie rimasto nell’Universo! ─ ripeteva tra sé e sé, nel profondo del suo essere.
Prese il colore del terriccio sopra il quale si muoveva e passò inosservato davanti agli esseri viventi che abitavano il pianeta dove era arrivato dopo la terribile esplosione. Ascoltò il rumore di voci, suoni bizzarri, armonia e dissonanze. Mentre scivolava, percepiva sfumature chiare e scure, umidità e calore, segni, movimento e linfa vitale. Crebbe e sviluppò cartilagini invece di ossa e continuò a espandersi. In questo mondo dove era capitato, cominciò a percepire la pace che lo circondava e sentì di essere felice. Non avvertiva altre esplosioni né vampate infernali o pericoli imminenti.
Potrei finalmente vivere tranquillo, pensò, sviluppando sensi e benessere.
È meraviglioso essere in grado di scoprire nuove idee per sopravvivere. Sono un miracolo vivente, si ripeté.
Così trascorse per un po’ la sua vita amorfa e irregolare, sottraendo umidità e nutrimenti dalla terra. Passò il tempo e, quando già si sentiva parte di questo nuovo universo che lo circondava, si rese conto che un oggetto raccapricciante e aggressivo si avvicinava e inalava il suo odore. Altre volte, per non far scoprire la sua ombra ad altri esseri, si era ristretto, rimpicciolito e nessuno aveva notato il suo corpo mimetizzato. Questo essere, tuttavia, era grande e crudele, vorace e feroce, eppure perspicace. La creatura venuta dallo spazio non era stata veloce nei suoi movimenti e l'aggressore aveva potuto seguirlo, capovolgerlo, leccarlo, esaminarlo e dopo un'attenta analisi, pure inghiottirlo come uno spuntino.
─ Rex! ─ gridò una ragazza cercando il suo cane. ─ Dove hai preso quella spugna? Non dovresti ingoiare oggetti sconosciuti! Anche se sei grande e grosso, potresti avvelenarti! Vieni qua, Rex! Il giorno successivo, il cane era morto. Trovarono il suo scheletro e la sua pelle priva di organi interni. Qualcosa di inconcepibile lo aveva divorato da dentro.
Nessuno poté indovinare che un essere di altri mondi avesse inghiottito chi per primo lo aveva ingoiato. Intanto, una spugna amorfa continuava a crescere in periferia, come una macchia nera in quel posto, dove era caduto un meteorite tempo addietro. Coloro che attraversavano i sentieri nelle vicinanze non erano a conoscenza della relazione fra il meteorite e quella massa informe che abbracciava le pietre del campo e che si avvicinava lentamente verso il movimento, le voci e i rumori, verso le luci sporadiche, con tenacia, ansia e maligne intenzioni di divorarli.
Questo nuovo ambiente domestico fece crescere rapidamente l’essere di un altro mondo, assimilando il potere degli altri che divorava, aspettando di arrivare al momento cruciale di poter procreare e dividersi, mentre radeva al suolo tutto ciò che gli poteva dare energia vitale. Si poteva considerare un essere in espansione. Alla fine aveva scoperto che in questo luogo, dove l’aveva portato il destino, aveva a sua disposizione numerose provvigioni per sfamarsi.
E gioiva della sua buona stella!


Adriana Alarco de Zadra (Perù)

(Traduzione dell’Autrice)

(1) Il racconto nasce da un fatto reale: un meteorite precipitato sulle Ande che le popolazioni locali, storpiando il termine spagnolo, chiamarono “mitologito” (N.d.C.)

La Medusa — Adriana Alarco de Zadra

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Mi sto dissolvendo per il terrore. L'acqua continua ad aumentare con forza incredibile. Le mie cellule divengono, ogni volta, più fini e trasparenti. Devo cercare un luogo dove rifugiarmi. I colpi infuriano e non so fino a quando potrò resistere. Mi sento così male che se qualcuno mi dicesse che sono morta, non mi sorprenderebbe.
Gli umani hanno trovato il modo di sopravvivere, hanno indumenti speciali, grotte sferiche con ossigeno e luce che filtra dalle fessure, attraverso l'acqua. Sono così creativi che hanno questa sfera d'aria sotto l'oceano da molto tempo e l'hanno popolata, a piccoli gruppi. Ora è tanta la gente che si ammassa per entrare nel recinto. Io cerco di stare lontano. Osservo attonita dal mio spazio acquatico la violenza ed energia che sviluppano fra loro: sono violenti, arroganti, smisurati. Non sono esseri superiori come quelli della mia razza.
Mi chiamano medusa!
Come se io fossi una sorta di gelatina galleggiante... questo ragionamento non è assolutamente corretto.
Sono trasparente, elastica, mi muovo nell'acqua con agilità, scelgo la forma che più mi si addice per spostarmi e quando ho appetito, mi unisco a un altro essere come me e lo assorbisco. Gli esseri umani che abitano all'interno della sfera ci hanno studiato per molto tempo e si riferiscono alle nostre abitudini come cannibalesche. Non c'è niente di più lontano dalla realtà: noi doniamo la vita ai nostri simili dentro noi stessi. In questo modo pensiamo con i loro stessi pensieri, cresciamo con i loro stessi geni e godiamo con la loro stessa felicità.
Vorrei sapere cosa mai si può desiderare di più!
Gli umani non capiscono.
Ho visto che portano mute speciali tanto dentro quanto fuori dall'acqua. Questo pianeta si sta coprendo d'acqua e col passare del tempo, la terra emersa va scomparendo; è per questo che cercano disperatamente altri luoghi per sopravvivere su navi che galleggiano, che volano o che scendono nelle profondità sottomarine.
E' così che hanno trovato il rifugio segreto in fondo al mare, la sfera nelle profondità. Non si tolgono mai completamente le loro vesti anche dentro le grotte ossigenate. E' strano.
Si muovono in forma lenta e ottusa. Non sono delicati e armoniosi come noi. Hanno sviluppato una tecnica astrusa per sorpassare gli ostacoli più semplici con la maggiore difficoltà. Vedo che i loro abiti sono soltanto sperimentali perché non sanno usarli al meglio. Io galleggio nelle acque intorno e li osservo. Mi avvicino alle pareti trasparenti che coprono il recinto e guardo qualcuno di loro togliersi le vesti e trattenersi sotto una luce così forte da farmi fuggire da quella sfera sottomarina perché produce calore, che io odio, in quanto mi deturpa il corpo.
Probabilmente vogliono immunizzarsi contro i batteri o contro le "bestiole acquatiche", come ci chiamano.
Ogni tanto mi allontano dal gruppo umano che si affolla nelle profondità e vedo le nuove persone che non riescono più a entrare nella sfera, in mezzo alle acque. C'è troppa gente là dentro. Si spingono, si arrabbiano, si calpestano. Il terrore è contagioso. Eppure sono più protetti di noi, continuamente urtati dalle correnti marine. L'abito intelligente che li copre si gonfia e li aiuta a galleggiare sull'acqua, a nuotare, a spostarsi e forse anche a volare nell'aria. Osservando i loro stivali ho notato che hanno inserito ganci per raccogliere oggetti dal suolo marino, probabilmente per analizzarli. I loro guanti analizzano anche i componenti di alghe e coralli che sfiorano.
Sono proprio impressionanti i coltelli che portano attaccati in diverse parti del corpo. Credo sia meglio tenersi a prudente distanza da quegli esseri. Possono essere aggressivi, distruttori e prepotenti. Non penso usino le loro armi soltanto per difendersi perché tagliano qualunque cosa finisca davanti ai loro occhi, gli dia fastidio oppure no.
Non sono sicura che diventeranno come noi, armonici e sensibili. Non ho quella speranza né credo siano esseri tanto superiori da poter cambiare, ma potrebbero imitare le nostre abitudini appena il loro territorio diverrà più piccolo.
Quella sfera sottomarina ha i suoi limiti e loro non potranno resistere sott'acqua senza gli abiti protettivi che li aiutano a pensare, così almeno ritengo io, visto che hanno più capacità di loro stessi. Chi li avrà inventati? Probabilmente un essere acquatico, magari una medusa delle profondità.
Vedo qualche umano che si decide a uscire dal rifugio per esplorare il nuovo territorio corallifero che hanno scoperto. Io osservo da lontano, non mi va di scappare. Sono venuta per avere il piacere di andarmene, quando ho voglia. Loro non lo possono fare. La loro terra quasi non esiste più.
L'oceano si sta impadronendo poco a poco di tutti i territori asciutti. Devono stare attenti a non esaurire ogni risorsa che possiedono perché dipendono da quelle per la sopravvivenza. Come possono raggiungere i loro obiettivi se sono così fragili e lenti? Ora li vedo muoversi verso la superficie dell'acqua.
Sono passati vicino a me, così ho scoperto che il loro abito intelligente possiede degli aghi che iniettano liquidi energetici e vitaminici se il tremito del loro corpo fa capire che sono deboli o vittime di attacchi esterni. Questo li mantiene attivi e forti.
Attraverso il liquido che mi circonda, intravedo che arrivati alla superficie prendono il volo come fanno certi uccelli marini. Stanno andando in cerca di un'altra sfera nelle profondità oppure vogliono scappare dal loro inevitabile destino?
Dentro la bolla sott'acqua incomincia il caos e la devastazione.
Lo avevo previsto, gli imitatori sono loro, dopo tutto. Gli abitanti che rimangono nella sfera non possono più muoversi comodamente per mancanza di spazio. Si urtano e si calpestano. Si strappano a vicenda le vesti di dosso con coltelli affilati. Zampilla il liquido rosso che portano dentro e si mordono con furore e rabbia. Loro vogliono sopravvivere anche con le virtù dei loro compagni della stessa razza. E così penseranno i loro stessi pensieri, cresceranno con i loro stessi geni, godranno con la loro stessa felicità. La furia degli esseri che lottano per la vita è inaudita e porta tutti sulla stessa strada. Qualcuno sparirà per alimentare gli altri.
Non c'è niente di nuovo sotto le acque. Lasciamo le novità ai più anziani che vogliono ringiovanire.


Adriana Alarco de Zadra (Perù)


(Editing di Gianluca Turconi — su gentile concessione dell’Autrice, tratto da Letture Fantastiche.com)

Dalla Luna sull’Arcobaleno — Adriana Alarco de Zadra

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Un fatto insolito presagì il prossimo arrivo di un essere straordinario. Fu quel pomeriggio, quando il vento portò tanti fiori gialli da tappezzare le piazze con una spessa coltre, le case, i tetti, le strade e le scalinate dei templi di pietra nel centro di questo regno incastonato nella verde immensità della mia Selva nativa. Si finì per doverli raccogliere in grandi ceste e buttarli nel fiume.
Il giorno dopo quel fatto sorprendente, osservai stupefatta scendere sulle acque del vasto fiume la piroga più grande mai vista prima, con larghe vele bianche che chiamavano il vento, che probabilmente era la stessa della quale mi parlava sempre mia madre, Conorì.Quella misteriosa imbarcazione che si ripeteva nei suoi sogni arrivava dalla Luna navigando sul fiume del cielo che è l’Arcobaleno, fino alla terra dei “maragnoni” (1).
In lontananza, i tamburi annunciano gli strani personaggi che navigano in essa. Il tun tun ci avvisa, per i reconditi meandri della selva, che arrivano degli esseri tanto brillanti che solo a guardarli ci accecano quando il sole si riflette sui loro corpi, perché questi riverberano la luce dell’astro come fanno le statue nel tempio della dea. Non ho dubbi che siano gli stessi che dovevano arrivare dalla Luna.

Io vivo nel regno di mia madre, la regina della selva, fra queste montagne, coperte dall’intrico della vegetazione che nasconde il cielo blu; qui mi hanno educato nell’arte della guerra, ad usare l’arco, le frecce, la cerbottana e le fionde, e a cavalcare animali selvaggi, pelosi e dalle zampe cogli zoccoli fessi. Mi sono avvicinata a un posto di guardia per osservare il fiume montando uno di questi animali, per il sentiero soffice di foglie, sicuro, disseminato di gusci di uova di tartarughe e protetto da muretti vegetali su ambo i lati. Di tratto in tratto c’è un postazione di sentinelle ma io non gli devo dare spiegazione dei miei movimenti perché sono Naìn, figlia della regina, e posso andare dove voglio.
Kara, la guardiana del tempio, mi ha avvertito di stare attenta a non imbattermi negli uomini di Couyinco, il potente cacicco in perpetua lotta con le guerriere di mia madre per la supremazia sulle sponde dei fiumi e delle isole. Però io sono astuta e crudele. Se qualcuno di loro mi si accosta, lo stordisco e lo sgozzo colla pietra affilata che ho sempre alla cintura. Non sono mai stata coinvolta in un vero combattimento e l’unica ferita che ho me la sono procurata cadendo da un dirupo, tuttavia non si sa mai quando può esserci battaglia.
Le guerriere, comandate da mia madre Conorì, difendono questo vasto regno, ma io non sono ancora pronta. Presto solo aiuto a preparare i corpi quando sono morti. Gli uomini fatti prigionieri, se non servono per procurare discendenza, si cucinano e si mangiano per poter ereditare la loro forza.

Non credo che potremmo fare lo stesso con gli dèi che arrivano nella grande piroga perché sono fatti di una dura scorza metallica. Ho visto due guerrieri di Couyinco avvicinarsi con cautela all’imbarcazione che si è fermata sulla riva. Le loro frecce rimbalzano sul petto degli dèi e, con frastuono, un raggio di sole li uccide!
Devo avvisare mia madre che il suo sogno e il suo presagio si sono compiuti. Saranno amichevoli? Ma... mi hanno vista! Ne Vedo uno che si avvicina per il sentiero che porta su dal fiume. Preparo la mia lancia affilata e metto una freccia nella cerbottana. Quello brilla come la luna in notte fonda. Porta del cuoio sulle gambe e una lancia in mano, ma non di canna, piuttosto di argento. È uno strano essere che viene probabilmente dal più alto dei cieli. Si esprime in una lingua complicata che non capisco. Mia madre mi ha raccomandato di non parlare con gli uomini, che sono tutti traditori, ma non mi ha detto di non parlare con gli dèi che arrivano dalla Luna sull’Arcobaleno fino al fiume. Mi raggiunge, vuole spingermi in giù lungo il sentiero ma io resisto. Nessuno deve toccarmi, neanche le donne del regno perché io sono Naìn, figlia della regina Conorì. Vedo che aspetta e la sua faccia piena di peli e di cicatrici si trasforma con un sorriso. Non ho paura, allora cammino davanti a lui solo per curiosità. Voglio conoscere quegli esseri che sono giunti dalla Luna.


Vado su quella piroga e osservo gli strani esseri. Uno di loro parla nella mia lingua. Gli fa compagnia un uomo con le piume, ma non è un guerriero e viene da altre terre di questa selva immensa. Sicuramente è stato lui ad avergli insegnato la mia lingua. Quando mi avvicino retrocede pauroso e scappa. L’acqua nella pentola sotto il sole bolle senza fuoco e loro mangiano pappagalli con sapore muschiato. Vedo che hanno pescato un pesce porco.
Ci sono altre tre creature coperte con lamine d’argento e caschi di metallo. Anche se sono dèi, il sudore gli cola sulle guance. Quello che mi parla perché io capisca non ha peli sulla faccia né scorza d’argento ma i suoi capelli sono dorati perciò immagino che deve essere il figlio del Sole.
Una stoffa grossa gli copre le gambe e ha del cuoio sui piedi anche se il caldo è soffocante. Usa una camicia di cotone come non ho mai visto prima. Non sono mai stata così vicino a un uomo vivo, prima d’oggi, anche se è un dio, perché mia madre non mi lascia prender parte alle battaglie e, quando portano maschi al regno, o sono morti o mi nascondono così che non possano guardarmi.
Mi spiega che stanno cercando un luogo dove si trovano pietre preziose e tanti metalli puri come oro e argento, e mi domanda se conosco quel posto chiamato El Dorado. Io sì, so dove si trova, ma non lo dico. è un segreto del regno Conorì. Quando cercano di toccarmi mi difendo e quasi trafiggo un occhio con la lancia a uno di loro. Non mi piace che nessuno mi si avvicini, anche se è un dio.
Da lontano chiedo a quello che parla se loro sono dèi e lui mi risponde che non lo è, allora mi irrito e preparo cerbottana e lancia perché dei maschi non bisogna mai fidarsi giacché anche gli dèi possono essere molto bugiardi.
Mi parla con lentezza e mi spiega che sa che esiste un paese di bellissime donne e che non ha mai smesso di cercarlo. Non gli indicherò la strada senza aver avuto prima il permesso da mia madre.
Mi chiede perché vivo senza altro vestito che il perizoma e le tante collane di semi e fiori. Non capisco quello che vuole e lui mi mostra una lastra di metallo dove si riflette una ragazza come me quando mi guardo nel pozzo d’acqua, con la faccia dipinta con “achiote” rosso contro gli insetti e i capelli (corvini?) annodati e trattati con nera e lucente pomata di “huito”. Mi dice che la lastra si chiama specchio e che quella lì sono io stessa.
È un miracolo! Mi ha sdoppiato e nella visione c’è un’altra come me! Gli strappo la lastra con la mia immagine dalle mani e la butto nel fiume! Mi circondano minacciosi ma io ne prendo uno di loro per il collo; fra risate mi allontanano da lui e mi tolgono lancia e cerbottana. Senza più aspettare, intuisco il pericolo e spicco un balzo per afferrare una liana: volo da un ramo all’altro fra lo schiamazzo delle scimmie e gli stridii degli uccelli, in mezzo al labirinto verde dove sarà difficile che mi seguano. Arrivo sul soffice sentiero e continuo a correre fino alla piazza. Devo raccontare alle donne che gli dèi sono arrivati. Può ben darsi che mia madre mi lasci usare quell’essere che parla nella nostra lingua, se sono arrivata all’età di procreare, per avere un figlio da quello che è venuto dalla Luna.
Quel giorno non ho detto niente perché la mia gente stava celebrando delle vittorie, in un’allucinante catena di riti, e in quei momenti ognuna vive la sua propria solitudine senza commentarla, muta; infatti non si può parlare. Il giorno dopo sono andata giù vicino al fiume a osservare gli dèi ma non ho visto quello con i capelli d’oro. Mi sono ritratta e sono andata nel mio nascondiglio preferito, in una grotta con tante stalattiti che brillano di tutti i colori quando entra per un momento un timido raggio di sole. Sembra una stanza di diamanti e pietre preziose, ma sono visioni immaginarie che riflettono i colori della luce.
Percepisco una presenza che non è delle nostre. Affacciandomi dall’apertura vedo il figlio del Sole che sta arrivando. Come è giunto fino a qui? Mi avrà seguito?
Mi preparo con la freccia sull’arco ma lui s’avvicina senza paura e mi sorride. La freccia Parte e infilzo un serpente ‘cacciatore’ il cui veleno produce la putrefazione della carne e poi la morte in poche ore. Il dio non se ne era reso conto e mi ringrazia.
Allora, con quella voce che assoggetta, mi racconta la storia di Adameva che fece amicizia con un serpente che le regalò le mele; e mentre parla passa le sue dita sulle mie braccia e sui miei seni, e mi accarezza la bocca e il collo con un massaggio così dolce che riempie di fremiti il mio corpo.
In mezzo a quella grotta dei miei sogni più segreti, misteriosa e magica, il figlio del Sole mi sdraia sulla sabbia del suolo e mi possiede con una violenza che non avevo mai immaginato. Abbiamo deciso di tacere quest’esperienza e di incontrarci ancora una volta, e ancora un’altra, di nascosto.
Finché una sera ci amammo con una passione così smisurata che svegliò perfino i morti. Aveva portato uova di tartaruga e c’imbrattammo l’un l’altra fino a quando si alzarono le ombre della sera e le mosche bianche e le formiche volanti ci si appiccicarono addosso.
Passarono i giorni, e io non potevo raccontare la mia esperienza a nessuno. In paese, le guerriere preparavano frecce con grande agitazione. Il dio viveva eternamente tormentato dal desiderio e, nella grotta della felicità, ci abbandonammo a un delirio di piacere che non avrei mai immaginato quando sentivo i gemiti delle donne che si appartavano coi maschi più robusti, più forti e di pelle più chiara dai quali avevano figli. I maschi che nascevano nel regno Conorì erano poi messi su delle zattere affidate alla corrente, che erano bloccate dalla gente che viveva giù, lungo il fiume.



Non avevo mai immaginato una felicità somigliante a quella che sentivo. Vivevo per svignarmela e amare di nascosto questo dio arrivato su una piroga dalla luna, anche se lui ripeteva, protestando, che era arrivato dalla melma.
So che mi osserva attentamente Kara, la guardiana del tempio, trasformata in uccello Camunguì, con speroni sulle ali. Sicuramente vorrebbe sapere per quale ragione giro così sperduta. Una sera mi ha seguito e ce ne siamo resi conto soltanto quando ho sentito i suoi lamenti e le sue grida di donna, non di uccello. Uno degli dèi, quello che aveva cicatrici sulla faccia, l’aveva violentata sul sentiero. Era inaccettabile, e mia madre di sicuro avrebbe preteso la vendetta, perché se una non lo vuole, è proibito unirsi a lei; sono le donne che devono scegliere con chi avere discendenza. per me ed il figlio del Sole Era diverso, perché io lo desideravo con tutte le mie viscere.
Sono andata di corsa in paese e ho passato i cinque grandi templi. Luccicavano, ricoperti di lamine d’argento, mentre gli idoli delle dee parevano osservarmi in silenzio e con severità. poi Kara è giunta trascinandosi sui piedi sporchi, sudicia, stracciata e avvilita.

I tamburi rimbombano, rullano avvisando che è in arrivo la tormenta. Si avvicinano i tuoni che annunciano le piogge. Io ho con me la lastra di metallo con la mia immagine che il dio ha tirato fuori dal fiume e mi ha donato. È qualcosa che ha una vita propria, è magico e bisogna risvegliare la sua anima. La darò a mia madre perché mi perdoni. Ma, arrivando in mezzo alla piazza, come premonizione di una disgrazia, un raggio rimbombante è caduto sullo specchio che è diventato mille anime di Nain. Ho trovato la regina Conorì nel tempio della Luna, riunita con le più anziane per chiedere consiglio sul da farsi con quelli appena arrivati sull’Arcobaleno. L’ho aspettata mentre raccoglievo i pezzi della mia anima, rotta e sparpagliata. Poco dopo è venuta fuori vestita da guerriera e ho capito che si era prepara per la battaglia. È bellissima, coi suoi lunghi cappelli corvini e il suo incedere maestoso. Non sarò mai una regina come lei, così coraggiosa da incutere paura. È la nostra regina e anch’io m’inchino quando passa. Porta una lamina d’oro sul petto e grossi bracciali intorno ai polsi che le dànno forza quando adopera la lancia. Mi osserva indagatrice indovinando sventure. Io la prego e la supplico che non uccidano gli dèi ma lei è implacabile. La disturba la mia debolezza perché, come figlia sua, dovrei essere crudele e astuta, valorosa, ardita e orgogliosa, ma io amo il mio dio biondo. Voglio conoscere il suo regno dei cieli, o dei pantani, come dice lui, qualunque esso sia.
La regina non mi lascia spiegare ciò che provo e, vedendo lo specchio fatto a pezzi in mezzo alla piazza, mi guarda con inesprimibile dispetto, rabbia, indignazione. In ultimo si allontana mormorando fra sé frasi sconnesse, senza rivolgermi parola. io rimango in una solitudine infinita, col mio amore sgretolato.

Le guerriere Partono dal paese vestite con pelli di serpenti cavalcando sulle “huangane”, cinghialetti pelosi e altri animali coi musi da volpe, orecchie di gufo e unghioni da puma, fra le grida dei pappagalli e il tumulto delle scimmie, armate fino ai denti con frecce, archi, cerbottane e pietre nelle liane per spaccare teste maschili.
Kara, la donna stuprata, rimarrà con me per custodirmi, giacché mia madre ha saputo della violenza a lei successa e sospetta delle mie scappatelle. Ma io le sfuggo mentre è occupata a lavarsi nel pozzo le tante ferite, perché si è difesa come un giaguaro infuriato.
Voglio andare giù per osservare la battaglia, ma lungo il sentiero che porta al fiume m’imbatto nel figlio del Sole, giunto fin qui senza che nessuno lo abbia fermato poiché non vedo neanche le guardiane al loro posto. Il mio amato indossa, anche lui, un’armatura d’argento da guerriero, e ha una sottile spada in pugno. Mi prende dalla cintura e mi fa fretta.
“Amazzone” - mi dice, perché gli piace chiamarmi così, e non Naìn, - “vieni con me”.
Io lo seguo senza vacillare e il mio cuore fa un balzo quando alzo gli occhi e vedo apparire l’arcobaleno nel cielo. È arrivata l’ora di partire e andrò anch’ io nel regno del mio amato percorrendo quel lontano tragitto di enorme mistero.

Dall’alto ho veduto morire uno dopo l’altro gli dèi arrivati dalla Luna nella grande piroga con le vele al vento, e quello delle cicatrici è diventato una macchia di catrame. Le nostre dee non muoiono mai e sono piena di spavento e di paura. Le guerriere del regno Conorì erano molte e feroci, qualcuna è caduta ma il loro coraggio mi ha ricolmato di orgoglio. I guerrieri di Couyinco si sono accaniti anch’essi dall’altra sponda per sterminare gli uomini bianchi, in quella sera di tormenta. Quando il mio amato ha sollevato la sua canna di metallo ho visto mia madre abbattersi come un raggio trafitto dal sole, nella sabbia della riva dove dormono le tartarughe, sotto la pioggerella vespertina. la sua corona di regina invincibile è caduta, il giaguaro ha ruggito, il tamburo ha rimbombato nella foresta più profonda.

L’orrore e la disperazione hanno fatto sì che uno spirito crudele s’impadronisse della mia volontà e del mio corpo; in quell’ istante sono saltata nell’ aria con l’agilità di un puma. Raccogliendo tutto il valore che restava sopito nelle viscere, ho urlato d’amarezza e di dolore, e afferrando stretta la mia pietra affilata ho tagliato il collo al mio amato figlio del Sole. L’anima mi si è rimpicciolita e anche i morti hanno spalancato gli occhi per guardarmi. È seguito uno schizzo di sangue che non era rosso, ma di un colore indefinito come un fluido di morte.
Da quel momento piango la sua scomparsa, ma senza rimorsi. I resti del mio amato e della regina Conorì sono stati seppelliti intatti sotto due piramidi di pietra, nella parte più alta del regno che oggi è mio.
Non arriverò mai più alla Luna, il regno del mio amato. nella selva gli dèi Sono morti perché erano creature deboli e fragili, quelli che son giunti insieme alla pioggia di fiori gialli. Sono trascorsi molti anni e nessun uomo ha potuto sostituire quel dio, perché per me è sempre un dio, nel mio cuore dolente.

Cresce il frutto del mio amore, Luna, di lunga capigliatura dorata e anche lei sarà una guerriera come fu sua nonna e come fu suo padre. Oggi sono io, Naìn, la regina della selva. Il fiume che portò gli dèi lo abbiamo chiamato Rio delle Amazzoni, dal nome che mi dava il mio amato. Lungo questo fiume, in su e in giù, io sono il terrore della regione. Gli uomini fuggono da me, ma mi pagano tributo. In cambio assicuriamo la difesa dei loro villaggi in caso di disastri naturali o di attacchi dai nemici comuni.
lungo il fiume Sono arrivati altri uomini bianchi che hanno attraversato la cordigliera, ma loro non sono dèi. Ci sono anche quelli malvagi che hanno portato malattie e pesti, e le nostre guerriere muoiono dello stesso male che portò via a Kara e che loro chiamano vaiolo. Ma io sono ancora qui, Naìn, figlia di Conorì, ancora nessuno mi ha vinto e, quando mi prende un particolare scoramento guardo in alto, alla Luna, e chiedo al mio amato protezione, coraggio e ventura.

(1) Abitanti lungo il fiume Marañon, affluente del Rio delle Amazzoni.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Dalla luna sull’Arcobaleno
(Revisione linguistica ed editing S.V.)

Un labirinto di problemi — Adriana Alarco de Zadra

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(Étienne-Jules Ramey, Thésée et le Minotaure, 1826 — Parigi, Jardins des Tuileries)

— Ti aiuto col Minotauro se mi dài una mano con la Gorgone — esclamò Perseo al cellulare.
— Va bene — ribatté Teseo —, e come mi aiuteresti?
— Porta il Minotauro all’isola della Gorgone e quando si troverà di fronte a lei, la Medusa lo trasformerà in pietra.
— Non sarà facile trascinare il Minotauro fuori dal suo labirinto. In più, prima devo trovarlo, e poi posso finire trasformato in pietra anch’io.
— Non preoccuparti, quando sarà impegnata col Minotauro taglierò la testa di Medusa.
— Sarà meglio che mi porti uno specchio grande, e quando ci si guarderà dentro, la Gorgone si trasformerà in pietra per il suo stesso potere, e a quel punto tu ti occuperai del Minotauro.
— Lo chiamerò col cellulare per invitarlo all’isola…
— Pensi che accetterà?
— Ne dubiti? Nessuno si perderebbe un appuntamento con quella donna meravigliosa… anche se viene trasformato in pietra.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Un laberinto de problemas

(Tradotto da Químicamente impuro)

Spettrale — Adriana Alarco de Zadra

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Per molto tempo me ne sono stata tranquilla e rilassata, ma la situazione è cambiata totalmente quando ho visto entrare in casa mia la famiglia al gran completo. Mio figlio Teofilo con con sua moglie Epifania, i loro sette rampolli, la tata Clementina e il cugino di Epifania, Yolando.
La casa è grande, è vero, ma... mi lasceranno in pace? Potrò continuare con le mie solite abitudini mentre tanti bambini giocano, saltano e fanno giravolte? Con un'Epifania che sbatte le porte con violenza e suo cugino che beve e si ubriaca? Mio figlio Teofilo non è cattivo, ma sembra indifferente. Lei lo manipola a suo piacimento. Forse è per questo che hanno avuto tanti figli e che lui non ha voce in capitolo. Ho provato ad avvisarli, a comunicare, a dirgli di no, a disturbarli, a tenerli svegli, a essere onnipresente, ma niente ha avuto effetto. Quando mi sono resa conto che non si accorgevano di me, che nemmeno mi vedevano, ho deciso di morire un'altra volta, e questa volta per sempre.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Fantasmagórico

(Tradotto dallo spagnolo)

America — Adriana Alarco de Zadra

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(Amerigo Vespucci et l'Amérique, disegno di Jan van der Straet inciso da Théodore Galle, 1589)


Per mancanza di sottomissione a un marito impostole dalla famiglia, María Cano fu bollata come donna inferiore, impura e infedele dall'Inquisizione del XV secolo. Fuggì dalle prigioni vestida da uomo a cavallo d'un ronzino più ossuto di Ronzinante e giunse a un porto sul Mediterraneo. Con coraggio e urlando “all'arrembaggio”, si arrampicò su un brigantino pirata e si bardò con pugnale, daga e scimitarra. Senza esser vista si dipinse col carbone sopra il labbro superiore in maniera da sembrare un ragazzo. Poi, nave che vai nave che vieni, o porto che vai porto che vieni, finì sopra una caravella con Vespucci al comando, il quale scoprì la sua vera identità quando le rubarono i vestiti che lavava di nascosto. La fece rifugiare sottocoperta e, quando giunsero nel Golfo del Messico, fra isole caraibiche e occasi sull'Atlantico e il Pacifico, le concesse la sua protezione e decise di dare il nome al nuovo continente, però non Américo ma América, in onore della sua amante María Cano, pirata senza vestiti e svergognata per natura.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), América

(Tradotto dallo spagnolo)

Un Nuovo Mondo — Adriana Alarco de Zadra

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(Immagine: Enrique Breccia)


Era giunto il momento di tornare. La nave non accendeva i motori e Cristoforo pensò che sarebbe stato più facile con le vele alzate e un vento buono, come in altri tempi.
Dall'altra parte del mondo conosciuto, aveva scoperto le terre vergini, se terra si può chiamare un suolo ricoperto d'oro e argento. Quello sarebbe potuto essere un verziere, ad aver gli occhi buoni per trovare terreni arabili, mani per piantare e schiene forti per caricare.
Cristoforo fece ritorno a casa e parlò della sua scoperta. Poco più tardi, arrivarono su Marte i robot a ridurre in schiavitù qualsiasi tipo di vita che avesse mani, occhi o schiena.
Così, il nuovo mondo si trasformò in un campo di battaglia e i morti concimarono la terra.


Adriana Alarco de Zadra (Perù),Un Nuevo Mundo

(Tradotto da Adrianaz)

Incubo — Adriana Alarco de Zadra

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(Vincent Van Gogh, L’Église d’Auvers-sur-Oise, 1890 — Musée d'Orsay, Parigi)


Una notte sono entrata nel quadro dei miei incubi. Sembrava spaventoso con la sua chiesa in cima alla collina sotto un cielo tempestoso. Le finestre mi guardavano dal più profondo della loro oscurità. Mentre salivo le scale del museo, quella visione mi confondeva. Sto guardando dal di fuori o dall'interno? Van Gogh si rivolterebbe nella tomba per il ridere se mi vedesse con quest'incertezza, senza riuscire a fare un passo di più verso il paesaggio allucinante. Sono io la donna che va giù per il sentiero giallo o sono la Morte? Oggi non posso sopportare così tanta emozione e così tanta angoscia. Allora, per fermare il panico che mi stringe le viscere, alzo la falce e distruggo, finalmente, il mio incubo.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Pesadilla

(Tradotto da Químicamente impuro)