Visualizzazione post con etichetta Italo Calvino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italo Calvino. Mostra tutti i post

La memoria del mondo — Italo Calvino

.





È per questo che l’ho fatta chiamare, Müller. Ora che le mie dimissioni sono state accettate, lei sarà il mio successore: la sua nomina a direttore è imminente. Non finga di cadere dalle nuvole: è da parecchio che la voce circola tra noi, e certo sarà arrivata anche al suo orecchio. Del resto, non c’è dubbio che tra i giovani quadri della nostra organizzazione, lei Müller è il più preparato, quello che conosce – si può dire – tutti i segreti del nostro lavoro. In apparenza, almeno. Mi lasci dire: nonè di mia iniziativa che le parlo, ma per incarico dei nostri superiori. Solo di alcune questioni lei non è ancora al corrente, ed è venuto il momento che lei sappia, Müller. Lei crede, come tutti del resto, che la nostra organizzazione stia da molti anni preparando il più grande centro di documentazione che sia mai stato progettato, uno schedario che raccolga e ordini tutto quello che si sa d’ogni persona e animale e cosa, in vista d’un inventario generale non solo del presente ma anche del passato, di tutto quello che c’è stato dalle origini, insomma una storia generale di tutto contemporaneamente, o meglio un catalogo di tutto momento per momento. Effettivamente, è a questo che lavoriamo, e possiamo dire di essere a buon punto: non solo il contenuto delle più importanti biblioteche del mondo, degli archivi e dei musei, delle annate dei giornali d’ogni paese è già nelle nostre schede perforate, ma anche una documentazione raccolta ad hoc, persona per persona, luogo per luogo. E tutto questo materiale passa attraverso un processo di riduzione all’essenziale, condensazione, miniaturizzazione, che non sappiamo ancora a che punto s’arresterà; così come tutte le immagini esistenti e possibili vengono archiviate in minuscole bobine di microfilm, e microscopici rocchetti di filo magnetico racchiudono tutti i suoni registrati e registrabili. È una memoria centralizzata del genere umano quella che noi siamo intenti a costruire, cercando d’immagazzinarla in uno spazio il più ristretto possibile, sul tipo delle memorie individuali dei nostri cervelli.
Ma è inutile che ripeta queste cose proprio a lei che è entrato qui da noi vincendo il concorso d’ammissione col progetto «Tutto il British Museum in una castagna». Lei è tra noi da relativamente pochi anni, ma conosce ormai il funzionamento dei nostri laboratori quanto me che ho occupato il posto di direttore dalla fondazione. Non l’avrei mai lasciato, questo posto, gliel’assicuro, se m’avessero sorretto le forze. Ma dopo la misteriosa scomparsa di mia moglie, m’ha preso una crisi di depressione da cui non riesco a rimettermi. È giusto che i nostri superiori – accogliendo del resto quello che è anche un mio desiderio – abbiano pensato a sostituirmi. Tocca quindi a me metterla al corrente dei segreti d’ufficio che finora le sono stati taciuti.
Quello che lei non sa è il vero scopo del nostro lavoro. È per la fine del mondo, Müller. Lavoriamo in vista d’una prossima fine della vita sulla Terra. È perché tutto non sia stato inutile, per trasmettere tutto quello che sappiamo ad altri che non sappiamo chi sono né cosa sanno.
Posso offrirle un sigaro? La previsione che la Terra non resterà abitabile per molto tempo ancora – almeno per il genere umano – non può farci troppa impressione. Già sapevamo tutti che il Sole è arrivato alla metà della sua vita: per bene che andasse, tra quattro o cinque miliardi d’anni tutto sarebbe finito. Di qui a un po’, insomma, il problema si sarebbe posto in ogni modo; la novità è che le scadenze sono molto più ravvicinate, che non abbiamo tempo da perdere, ecco tutto. L’estinzione della nostra specie è certo una prospettiva triste, ma piangervi sopra non è che una ben vana consolazione, come recriminare una morte individuale. (È sempre alla scomparsa della mia Angela che penso, perdoni la mia commozione). In milioni di pianeti sconosciuti vivono certamente degli esseri simili a noi; poco importa se a ricordarci e a continuarci saranno i loro discendenti anziché i nostri. L’importante è comunicare loro la nostra memoria, la memoria generale messa a punto dall’organizzazione di cui lei Müller sta per esser nominato direttore.
Non si spaventi; l’ambito del suo lavoro resterà quello che è stato finora. Il sistema per comunicare la nostra memoria ad altri pianeti è studiato da un’altra branca dell’organizzazione; noi abbiamo già il nostro daffare, e nemmeno ci riguarda se saranno ritenuti più idonei mezzi ottici o acustici. Può anche darsi che non si tratterà di trasmetterli, i messaggi, ma di depositarli al sicuro, sotto la crosta terrestre: il relitto del nostro pianeta vagante per lo spazio potrebbe un giorno essere raggiunto ed esplorato da archeologi extragalattici. Nemmeno il codice o i codici che saranno prescelti sono affar nostro: c’è pure una branca che studia solo questo, il modo di rendere intellegibile il nostro stock d’informazioni, qualsiasi sistema linguistico usino gli altri. Per lei, ora che sa, non è cambiato nulla, le assicuro, tranne che nella responsabilità che l’aspetta. È di questo che volevo discorrere un po’ con lei.





Cosa sarà il genere umano al momento dell’estinzione? Una certa quantità d’informazione su se stesso e sul mondo, una quantità finita, dato che non potrà più rinnovarsi e aumentare. Per un certo tempo, l’universo ha avuto una particolare occasione di raccogliere ed elaborare informazione; e di crearla, di far saltar fuori informazione là dove non ci sarebbe stato niente da informare di niente: questo è stata la vita sulla Terra e soprattutto il genere umano, la sua memoria, le sue invenzioni per comunicare e ricordare. La nostra organizzazione garantisce che questa quantità d’informazione non si disperda, indipendentemente dal fatto che essa venga o no ricevuta da altri. Sarà scrupolo del direttore far sì che non resti fuori niente, perché quel che resta fuori è come se non ci fosse mai stato. E nello stesso tempo sarà suo scrupolo fare come se non ci fosse mai stato tutto ciò che finirebbe per impastoiare o mettere in ombra altre cose più essenziali, cioè tutto quello che anziché aumentare l’informazione creerebbe un inutile disordine e frastuono. L’importante è il modello generale costituito dall’insieme delle informazioni, dal quale potranno essere ricavate altre informazioni che noi non diamo e che magari non abbiamo. Insomma non dando certe informazioni se ne danno di più di quante non se ne darebbe dandole. Il risultato fìnale de1 nostro lavoro sarà un modello in cui tutto conta come informazione, anche ciò che non c’è. Solo allora si potrà sapere, di tutto ciò che è stato, cos’è che contava davvero, ossia cos’è che c’è stato veramente, perché il risultato finale della nostra documentazione sarà insieme ciò che è, è stato e sarà, e tutto il resto niente.
Certo capitano dei momenti nel nostro lavoro – anche lei ne avrà avuti Müller – in cui si è tentati di pensare che solo ciò che sfugge alla nostra registrazione è importante, che solo ciò che passa senza lasciar traccia esiste veramente, mentre tutto quel che i nostri schedari ritengono è la parte morta, i trucioli, la scoria. Viene il momento in cui uno sbadiglio, una mosca che vola, un prurito ci paiono il solo tesoro appunto perché assolutamente inutilizzabile, dato una volta per tutte e subito dimenticato, sottratto al destino monotono dell’immagazzinamento nella memoria del mondo. Chi può escludere che l’universo consista nella rete discontinua degli attimi non registrabili, e che la nostra organizzazione non ne controlli altro che lo stampo negativo, la comice di vuoto e d’insignificanza?
Ma la nostra deformazione professionale è questa: appena ci fissiamo su qualcosa, subito vorremmo comprenderla nei nostri schedari; e così mi è spesso accaduto, le confesso, di catalogare sbadigli, foruncoli, associazioni d’idee sconvenienti, fischiettii, e di nasconderli nel pacco delle informazioni più qualificate. Perché il posto di direttore cui lei sta per essere chiamato ha questo privilegio: di poter dare un’impronta personale alla memoria del mondo. Mi segua, Müller: non le sto parlando d’un arbitrio e d’un abuso di poteri, ma d’una componente indispensabile del nostro lavoro. Una massa d’informazioni freddamente oggettive, incontrovertibili, rischierebbe di fornire un’immagine lontana dal vero, di falsare quel che è più specifico d’ogni situazione. Supponiamo che ci arrivi da un altro
pianeta un messaggio di puri dati di fatto, d’una chiarezza addirittura ovvia: non gli presteremmo attenzione, non ce ne accorgeremmo nemmeno; solo un messaggio che contenesse qualcosa di inespresso, di dubbioso, di parzialmente indecifrabile forzerebbe la soglia della nostra coscienza, imporrebbe d’esser ricevuto e interpretato. Dobbiamo tener conto di questo: compito del direttore è dare all’insieme dei dati raccolti e selezionati dai nostri uffici quella lieve impronta soggettiva, quel tanto d’opinabile, d’arrischiato, di cui hanno bisogno per essere veri. Dì questo volevo avvertirla, prima di farle le consegne: nel materiale finora raccolto si nota qua e là l’intervento della mia mano – d’un’estrema delicatezza, intendiamoci –; vi sono disseminati giudizi, reticenze, anche menzogne.
La menzogna esclude solo in apparenza la verità; lei sa che in molti casi le menzogne – per esempio, per il psicoanalista quelle del paziente – sono indicative quanto o più della verità; e così sarà per coloro che si troveranno a interpretare il nostro messaggio. Müller, dicendole quel che le dico ora non è più per incarico dei nostri superiori che parlo ma in base alla mia personale esperienza, da collega a collega, da uomo a uomo. Mi ascolti: la menzogna è la vera informazione che noi abbiamo da trasmettere. Perciò non mi sono voluto vietare un uso discreto della menzogna, là dove essa non complicava il messaggio, anzi lo semplificava. Soprattutto nelle notizie su me stesso, mi sono creduto autorizzato ad abbondare in particolari non veri (la cosa non credo possa dar disturbo a nessuno). Per esempio, la mia vita con Angela: l’ho descritta come avrei voluto che fosse, una grande storia d’amore, in cui Angela e io appaiamo come due eterni innamorati, felici in mezzo ad avversità d’ogni sorta, appassionati, fedeli. Non è stato esattamente così, Müller: Angela mi sposò per interesse e subito se ne pentì, la nostra vita fu un seguito di meschinità e sotterfugi. Ma cosa conta quello che è stato giorno per giorno? Nella memoria del mondo l’immagine d’Angela è definitiva, perfetta, nulla può scalfirla e io sarò per sempre lo sposo più invidiabile che sia mai esistito.
Dapprincipio non avevo che da compiere un abbellimento dei dati che mi forniva la nostra vita quotidiana. A un certo punto questi dati che mi trovavo sotto gli occhi nell’osservare Angela giorno per giorno (e poi nello spiarla, nel pedinarla, alla fine) cominciarono a diventare sempre più contraddittori, ambigui, tali da giustificare sospetti infamanti. Cosa dovevo fare, Müller? Confondere, rendere inintelligibile quell’immagine di Angela così chiara e trasmissibile, così amata e amabile, offuscare il messaggio più splendente di tutti i nostri schedari? Eliminavo questi dati giorno per giorno, senza esitare. Ma avevo sempre paura che intorno all’immagine definitiva di Angela restasse qualche indizio, qualche sottinteso, una traccia da cui si potesse dedurre quello che lei – quello che l’Angela nella vita effimera – era e faceva. Passavo le giornate in laboratorio a selezionare, a cancellare, a omettere. Ero geloso, Müller: non geloso dell’Angela effìmera – quella ormai era per me una partita perduta – ma geloso di quell’Angela-informazione che sarebbe sopravvissuta per tutta la durata dell’universo.





La prima condizione perché l’Angela-informazione non fosse toccata da nessuna macchia era che l’Angela vivente non continuasse a sovrapporsi alla sua immagine. Fu allora che Angela scomparve e tutte le ricerche furono vane. Sarebbe inutile che adesso io le raccontassi, Müller, di come riuscii a disfarmi del cadavere pezzo a pezzo. Resti pur calmo, questi particolari non hanno nessuna importanza ai fini del nostro lavoro, perché nella memoria del mondo io resto lo sposo felice e poi il vedovo inconsolabile che tutti voi conoscete. Ma non ho trovato la pace: l’Angela-informazione restava pur sempre parte d’un sistema d’informazioni, alcune delle quali potevano prestarsi a essere interpretate, – per disturbi nella trasmissione, o per malignità del decodificatore – come supposizioni equivoche, insinuazioni, illazioni. Decisi di distruggere nei nostri schedari ogni presenza di persone con cui Angela poteva aver avuto rapporti intimi. Mi è molto dispiaciuto, perché di alcuni dei nostri colleghi non resterà traccia nella memoria del mondo, come se non fossero mai esistiti.
Lei crede che le dica queste cose per chiedere la sua complicità, Müller. No, non è questo il punto. Devo informarla delle misure estreme che sono obbligato a prendere per far sì che l’informazione d’ogni possibile amante di mia moglie resti esclusa dagli schedari. Non mi preoccupo delle conseguenze per me; gli anni che mi restano da vivere sono pochi rispetto all’eternità con cui sono abituato a fare i conti; e quello che io sono stato veramente l’ho già stabilito una volta per tutte e consegnato alle schede perforate.
Se nella memoria del mondo non c’è niente da correggere, la sola cosa che resta da fare è correggere la realtà dove essa non concorda con la memoria del mondo. Come ho cancellato l’esistenza dell’amante di mia moglie dalle schede perforate così devo cancellare lui dal mondo delle persone viventi. È per questo che ora estraggo la pistola, la punto contro di lei, Müller, schiaccio il grilletto, l’uccido.



Italo Calvino (1923-1985), La memoria del mondo, 1968

(Tratto da Tutte le cosmicomiche, a cura di Claudio Milanini, Mondadori 1997)

La spada e le foglie — Italo Calvino

.

(Ashiyuki, Nakamura Utaemon III, 1826 —The Barry Rosensteel Japanese Collection, Università di Pittsburgh)


Al Museo Nazionale di Tokyo c’è un’esposizione d’armi e armature dell’antico Giappone. La prima impressione è che gli elmi, le corazze, gli scudi, gli spadoni avessero come primo intento non quello di difendere o di colpire ma il fare spavento, l’imporre un’immagine terrorizzante agli avversari.
Le maschere di guerra si contorcono in smorfie crudeli e minacciose sotto gli elmi sormontati da corna, da pinne, da ali grifagne, sulle corazze sontuose che gonfiano il torace tutto fiocchi e spunzoni.
Chi come me a frequentare le armerie rinascimentali d’Occidente prova il giulivo distacco epico d’un lettore di poemi cavallereschi (la grande cavalcata della sala delle armature al Metropolitan Museum di New York è per me una delle meraviglie del mondo) qui per la prima volta pensa a questi oggetti non come a fantasiosi giocattoli ma in vista del messaggio che volevano trasmettere in situazione, cioè come oggi si guarderebbe un carro armato su un campo di battaglia. La mia reazione è immediata: mi metto a scappare.
Percorro sale e sale di vetrine in cui sono esposte nude lame di spada, o specie di sciabole ricurve, di lucido ferro temprato, affilatissime, senza impugnatura, posate ognuna su un tovagliolo bianco. Lame e lame e lame che a me paiono tutte uguali, eppure sono accompagnate ognuna da etichette con lunghe didascalie. Capannelli di gente sostano davanti a ogni vetrina, osservano spada per spada con occhi attenti e ammirati.
I più sono uomini; ma è domenica, il museo è affollato di famiglie; a contemplare le spade ci sono anche donnette, bambini. Cosa ci vedono in quei coltellacci sguainati? Cosa li affascina? La mia visita all’esposizione si svolge quasi a passo di corsa; il luccicare dell’acciaio trasmette una sensazione più auditiva che visiva, come rapidi sibili taglienti nell’aria. I drappi bianchi m’ispirano un raccapriccio chirurgico.
Eppure so bene che l’arte della spada è in Giappone un’antica disciplina spirituale; ho letto i libri sul buddismo zen del Dr. Suzuki; ricordo che il perfetto Samurai non deve mai fermare la sua attenzione sulla spada dell’avversario, né sulla propria, né sul colpire, né sul difendersi, ma deve solo annullare il proprio io; che non è con la spada ma con la non-spada che si vince; che i maestri forgiatori di spade raggiungono l’eccellenza della loro arte attraverso l’ascesi religiosa. So bene tutto: ma altro è leggere una cosa nei libri, altro è capirla nella vita.
Pochi giorni dopo eccomi a Kyoto: passeggio per i giardini che furono percorsi da poeti squisiti, da imperatori filosofi, da monaci eremiti. Tra i ponticelli ricurvi sui ruscelli, i salici piangenti che si specchiano sugli stagni, i prati di muschio, gli aceri dalle foglie rosse a forma di stella, ecco che mi tornano alla mente le maschere guerriere dalle smorfie spaventevoli, l’incombere di quei guerrieri giganteschi, il filo tagliente di quelle lame.
Guardando le foglie gialle che cadono nell’acqua mi ricordo d’un apologo zen che solo ora forse mi sembra di capire.
L’allievo d’un grande fabbro di spade pretendeva d’aver superato il maestro. Per provare quanto le sue lame erano affilate, immerse una spada in un ruscello. Le foglie morte portate dalla corrente passando sul filo della spada venivano tagliate in due di netto. Il maestro immerse nel ruscello una spada forgiata da lui. Le foglie correvano via evitando la lama.


Italo Calvino (1923-1985), La spada e le foglie, 1976

(Da Collezione di sabbia, Garzanti 1984)

L’altra Euridice — Italo Calvino

.




Voi avete vinto, uomini del fuori, e avete rifatto le storie come piace a voi, per condannare noi del dentro al ruolo che vi piace attribuirci, di potenze delle tenebre e della morte, e il nome che ci avete dato, gli Inferi, lo caricate di accenti funesti. Certo, se tutti dimenticheranno cosa veramente accadde tra noi, tra Euridice e Orfeo e me Plutone, quella storia tutta all'incontrario da come la raccontate voi, se veramente nessuno più ricorderà che Euridice era una di noi e che mai aveva abitato la superficie della Terra prima che Orfeo me la rapisse con le sue musiche menzognere, allora il nostro antico sogno di fare della Terra una sfera vivente sarà definitivamente perduto. Già quasi nessuno ormai ricorda cosa voleva dire far vivere la Terra: non quello che credete voi, paghi dello spolverio di vita che s'è posato sul confine tra la terra l'acqua l'aria. Io volevo che la vita si espandesse dal centro della terra, si propagasse alle sfere concentriche che la compongono, circolasse tra i metalli fluidi e compatti. Questo era il sogno di Plutone. Solo così sarebbe diventata un enorme organismo vivente, la Terra, solo così si sarebbe evitata quella condizione di precario esilio cui la vita ha dovuto ridursi, con il peso opaco di una palla di pietra inanimata sotto di sé, e sopra il vuoto. […]
La Terra, dentro, non è compatta: è discontinua, fatta di bucce sovrapposte di densità diverse, fin giù al nucleo di ferro e nichel, che è pur esso un sistema di nuclei uno dentro l'altro e ognuno ruota separato dall' altro a seconda della maggiore o minore fluidità dell' elemento.
Vi fate chiamare terrestri, non si sa con che diritto: perché il vero nome vostro sarebbe extraterrestri, gente che sta fuori: terrestre è chi vive dentro, come me e come Euridice, fino al giorno in cui me l'avete portata via, ingannandola, in quel vostro fuori desolato.
Il regno di Plutone è questo, perché io è qua dentro che ho sempre vissuto, insieme ad Euridice prima, e poi da solo, in una di queste terre interne. Un cielo di pietra ruotava sopra le nostre teste, più limpido del vostro, e attraversato, come il vostro, da nuvole, là dove s'addensano sospensioni di cromo o di magnesio. […]
A tratti il buio è solcato da un zig zag infuocato: non è un fulmine, è metallo incandescente che serpeggia giù per una vena. Consideravamo terra la sfera interna sulla quale accadeva di posarci, e cielo la sfera che circonda quella sfera: tal quale a come fate voi, insomma, ma da noi queste distinzioni erano sempre provvisorie, arbitrarie, dato che la consistenza degli elementi cambiava di continuo, e a un certo momento ci accorgevamo che il nostro cielo era duro e compatto, una macina che ci schiacciava, mentre la terra era una colla vischiosa, agitata da gorghi, pullulante di bolle gassose. Io cercavo d'approfittare delle colate d'elementi più pesanti per avvicinarmi al vero centro della Terra, al nucleo che fa da nucleo di ogni nucleo, e tenevo per mano Euridice, guidandola nella discesa. Ma ogni infiltrazione che apriva la sua via verso l'interno, scalzava dell'altro materiale e l'obbligava a risalire verso la superficie: alle volte nel nostro sprofondare venivamo avvolti dall' ondata che zampillava verso gli strati superiori e che ci arrotolava nel suo ricciolo. […]
Finché non ci ritrovavamo sostenuti da un altro suolo e sovrastati da un altro cielo di pietra, senza sapere se eravamo più in alto o più in basso del punto donde eravamo partiti.
Euridice appena vedeva sopra di noi il metallo di un nuovo cielo farsi fluido, era presa dall'estro di volare. Si tuffava verso l'alto, attraversava a nuoto la cupola di un primo cielo, d'un altro, di un terzo, s'aggrappava alle stalattiti che pendevano dalle volte più alte. Io le tenevo dietro, un po' per secondare il suo gioco, un po' per ricordarle di riprendere il nostro cammino in senso opposto. Certo, anche Euridice era convinta come me che il punto cui dovevamo tendere era il centro della Terra. Solo raggiunto il centro potevamo dire nostro tutto il pianeta. Eravamo i capostipiti della vita terrestre e per questo dovevamo incominciare a render la Terra vivente dal suo nucleo, irradiando via via la nostra condizione a tutto il globo. Alla vita terrestre, tendevamo, cioè della Terra e nella Terra; non a ciò che spunta dalla superficie e voi credete di poter chiamare vita terrestre mentre è solo una muffa che dilata le sue macchie sulla scorza rugosa della mela.
Sotto i cieli di basalto già vedevamo sorgere le città plutoniche che avremmo fondato, circondate da mura di diaspro, città sferiche e concentriche, naviganti, su oceani di mercurio, attraversate da fiumi di lava incandescente. Era un corpo vivente-città-macchina che volevamo crescesse e occupasse tutto il globo. […]




Era il regno della diversità e della totalità che doveva prendere origine da quelle mescolanze e vibrazioni: era il regno del silenzio e della musica. Vibrazioni continue, propagantesi con diversa lentezza, a seconda delle profondità e della discontinuità dei materiali, avrebbero increspato il nostro grande silenzio, l'avrebbero trasformato nella musica incessante del mondo, nella quale si sarebbero armonizzate le voci profonde degli elementi.
Questo per dirvi com'è sbagliata la vostra via, la vostra vita, dove lavoro e godimento sono in contrasto, dove la musica e il rumore sono divisi; questo per dirvi come fin da allora le cose fossero chiare, e il canto di Orfeo non fosse altro che un segno di questo vostro mondo parziale e diviso. Perché Euridice cadde nella trappola? Apparteneva interamente al nostro mondo, Euridice, ma la sua indole incantata la portava a prediligere ogni stato di sospensione, e appena le era dato di librarsi in volo, in balzi, in scalate dei camini vulcanici, la si vedeva atteggiare la sua persona in torsioni e falcate e cabrate e contorsioni.
I luoghi di confine, i passaggi da uno strato terrestre all' altro, le davano una sottile vertigine. Ho detto che la Terra è fatta di tetti sovrapposti, come involucri di un cipollone immenso, e che ogni tetto rimanda a un tetto superiore, e tutti insieme preannunciano il tetto estremo, là dove la Terra finisce d'esser Terra, dove tutto il dentro resta al di qua, e al di là c'è solo il fuori. […]
Per noi allora questo confine era qualcosa che si sapeva che c'era ma non immaginavamo di poter vedere, a meno d'uscire dalla Terra, prospettiva che ci pareva, ancor più che paurosa, assurda. Era là che veniva proiettato in eruzioni e zampilli bituminosi e soffioni tutto ciò che la Terra espelleva dalle sue viscere: gas, miscele liquide, elementi volatili, materiali di poco conto, rifiuti d'ogni genere. Era il negativo del mondo, qualcosa che non potevamo raffIgurare nemmeno col pensiero, e la cui astratta idea bastava a provocare un brivido di disgusto, no: d'angoscia, o meglio, uno stordimento, una - appunto - vertigine (ecco, le nostre reazioni erano più complicate di quello che si può credere, specialmente quelle di Euridice), e vi s’insinuava una parte di fascinazione, come un'attrazione del vuoto, del bi-fronte, dell'ultimo.
Seguendo Euridice in questi suoi estri vaganti, infilammo la gola di un vulcano spento. Sopra di noi, attraversando come una strozzatura di clessidra, s'aperse la cavità del cratere, grumosa e grigia, un paesaggio non molto diverso, per forma e sostanza, dai soliti delle nostre profondità; ma ciò che ci fece restare attoniti era il fatto che la Terra lì si fermava, non ricominciava a gravare su se stessa sotto altro aspetto, e di lì in poi cominciava il vuoto: o comunque una sostanza incomparabilmente più tenue di quelle che avevamo fino allora attraversato, una sostanza trasparente e vibrante, l'aria azzurra.
Furono queste vibrazioni a perdere Euridice, così diverse da quelle che si propagano lente attraverso il granito e il basalto, diverse da tutti gli schiocchi, i clangori, i cupi rimbombi che percorrono torpidamente le masse dei metalli fusi o le muraglie cristalline. Qui le venivano incontro come uno scoccare di scintille sonore minute e puntiformi che si succedevano a una velocità per noi insostenibile da ogni punto dello spazio: era una specie di solletico che metteva addosso una smania incomposta. Ci prese - o, almeno, mi prese: da qui in poi sono costretto a distinguere gli stati d'animo miei da quelli di Euridice - il desiderio di ritrarci nel nero fondo di silenzio su cui l’eco dei terremoti passa soffice e si perde in lontananza. Ma per Euridice, attratta come sempre dal raro e dall'inconsulto, c'era l'impazienza d'appropriarsi di qualcosa d'unico, buono o cattivo che fosse.
Fu in quel momento che scattò l'insidia: oltre l'orlo del cratere l'aria vibrò in modo continuo, anzi in un modo continuo che conteneva più modi discontinui di vibrare. Era un suono che si alzava pieno, si smorzava, riprendeva volume, e in questo modularsi seguiva un disegno invisibile disteso nel tempo come una successione di pieni e vuoti. […]
Subito il mio impulso fu di sottrarmi a quel cerchio, di ritornare nella densità ovattata: e scivolai dentro il cratere. Ma Euridice nello stesso istante, aveva preso la corsa su per i dirupi nella direzione da cui proveniva il suono, e prima che io potessi trattenerla aveva superato l'orlo del cratere. O fu un braccio, qualcosa che io potei pensare fosse un braccio, che la ghermì, serpentino, e la trascinò fuori; riuscii a udire un grido, il grido di lei, che si univa al suono di prima, in armonia con esso, in un unico canto che lei e lo sconosciuto cantore intonavano, scandito sulle corde d’uno strumento, scendendo le pendici esterne del vulcano.
Non so se quest'immagine corrisponde a ciò che vidi o a ciò che immaginai: stavo già sprofondando nel mio buio, i cieli interni si chiudevano a uno a uno sopra di me: volte silicee, tetti di alluminio, atmosfere di zolfo vischioso; e il variegato silenzio sotterraneo mi echeggiava intorno.
Il sollievo a ritrovarmi lontano dal nauseante margine dell'aria e dal supplizio delle onde sonore mi prese insieme alla disperazione d'aver persa Euridice. Ecco, ero solo: non avevo saputo salvarla dallo strazio di esser strappata alla Terra, esposta alla continua percussione di corde tese nell' aria con cui il mondo del vuoto si difende dal vuoto. Il mio sogno di rendere vivente la Terra raggiungendone con Euridice l'ultimo centro era fallito. Euridice era prigioniera, esiliata nelle lande scoperchiate del fuori.
[…]





Liberarla diventò il mio solo pensiero: forzare le porte del fuori, invadere coll'interno l'esterno, riannettere Euridice alla materia terrestre, costruire sopra di lei una nuova volta, un nuovo cielo minerale, salvarla dall'inferno di quell' aria vibrante, di quel suono, di quel canto. Spiavo il raccogliersi della lava nella caverne vulcaniche, il premere su per i condotti verticali della crosta terrestre: questa era la via.
Venne il giorno dell'eruzione, una torre di lapilli s'innalzò nera nell' aria sopra il Vesuvio decapitato, la lava galoppava sulle vigne del golfo, forzava le porte d'Ercolano, schiacciava il mulattiere e la bestia contro la muraglia, strappava l'avaro alle monete, lo schiavo ai ceppi, il cane stretto dal collare sradicava la catena e cercava scampo nel granaio. Io ero là in mezzo: avanzavo con la lava, la valanga infuocata si frastagliava in lingue, in rivoli, in serpenti, e nella punta che si infiltrava più avanti ero io che correvo alla ricerca di Euridice. Sapevo - qualcosa m'avvertiva - che era ancora prigioniera dello sconosciuto cantore: dove avrei riudito la musica di quello strumento e il timbro di quella voce, là sarebbe stata lei.
Correvo trasportato dalla colata di lava tra orti appartati e templi di marmo. Udii il canto e un arpeggio; due voci s'alternavano; riconobbi quella d'Euridice - ma quanto cambiata! - che teneva dietro la voce ignota. Una scritta sull'archivolto in caratteri greci: Orpheos. Sfondai l'uscio, dilagai oltre la soglia. La vidi solo un istante, accanto all'arpa. Il luogo era chiuso e cavo, fatto apposta - si sarebbe detto - perché la musica vi si raccogliesse, come in una conchiglia. Una tenda pesante - di cuoio mi sembrò, anzi imbottita come una trapunta -, chiudeva una finestra in modo da isolare la loro musica dal mondo circostante. Appena entrai, Euridice tirò la tenda di strappo, spalancando la finestra; fuori s'apriva il golfo abbagliante di riflessi e la città e le vie. La luce del mezzogiorno invase la stanza, la luce e i suoni: uno strimpellio di chitarre si levava da ogni parte e l'ondeggiante mugghio di cento altoparlanti, e si mischiavano a un frastagliato scoppiettio di motori. La corazza del rumore s'estendeva di là in poi sulla crosta del globo: la fascia che delimita la vostra vita di superficie, con le antenne inalberate sui tetti a trasformare in suono le onde che percorrono invisibili e inudibili lo spazio, coi transistor appiccicati agli orecchi per riempirli in ogni istante della colla acustica senza la quale non sapete se siete vivi o morti, coi jukebox che immagazzinano e rovesciano suoni, e l'ininterrotta sirena dell'ambulanza che raccoglie ora per ora i feriti della vostra carneficina ininterrotta.
Contro questo muro sonoro la lava si fermò. Trafitto dalle spine del reticolato di vibrazioni strepitanti, io feci ancora un movimento avanti verso il punto dove per un istante avevo visto Euridice, ma lei era sparita, sparito il suo rapitore: il canto da cui e di cui vivevano era sommerso dall'irruzione della valanga del rumore, non riuscivo più a distinguere lei né il suo canto.
Mi ritirai, muovendomi a ritroso nella colata di lava, risalii le pendici del vulcano, tornai ad abitare il silenzio, a seppellirmi.
Ora, voi che vivete fuori, ditemi, se per caso vi accada di cogliere nella fitta pasta di suoni che vi circonda il canto di Euridice, il canto che la tiene prigioniera ed è a sua volta prigioniero del non-canto che massacra tutti i canti, se riuscite a riconoscere la voce di Euridice in cui risuona ancora l'eco lontana della musica silenziosa degli elementi, ditemelo, datemi notizie di lei, voi extraterrestri, voi provvisoriamente vincitori, perché io possa riprendere i miei piani per riportare Euridice al centro della vita terrestre, per ristabilire il regno degli dei del dentro, degli dei che abitano lo spessore denso delle cose, ora che gli dei del fuori e dell' aria rarefatta vi hanno dato tutto quello che potevano dare, ed è chiaro che non basta.


Italo Calvino (1923-1985), da Tutte le cosmicomiche, Mondadori 1997

(Immagini: Alberto Savinio)

Le città e la memoria. 2 — Italo Calvino

.

(Immagine: Deyan Stefanov)


All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.


Italo Calvino, Le città e la memoria. 2., 1972

(Tratto da Le città invisibili, Mondadori 1993)