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Saggio sulla cecità — José Saramago

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(Immagine:Stefano De Luigi, Blanco)


Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell'omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto, non c'è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell'aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c'è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev'esserci un problema meccanico, l'acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un'avaria nell'impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell'automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l'automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l'uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall'altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.


José Saramago (1922-2010), Ensaio sobre a Cegueira, 1995

(Tratto da Cecità, Einaudi 1996 — traduzione di Rita Desti)

Un capitolo per il “Vangelo” — José Saramago

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(Francesco Hayez, Magdalena penitente, 1825 — Civica Galleria d'Arte Moderna, Milano)


Su di me si dev’essere detto che dopo la morte di Gesù mi sono pentita di quelli che chiamavano i miei infami peccati di prostituta e mi sono convertita in penitente per il resto della mia vita, e questo non è vero. Mi hanno innalzato nuda sugli altari, coperta solo dai capelli che mi scendono fino alle ginocchia, con i seni marci e la bocca sdentata, e se è ovvio che gli anni passati hanno finito per rinsecchire la liscia morbidezza della mia pelle, è successo solo perché a questo mondo nulla può prevalere sul tempo, non perchè io avessi disprezzato e offeso lo stesso corpo che Gesù ha desiderato e posseduto. Chi ha detto quelle falsità contro di me non sa nulla dell’amore. Ho smesso di essere una prostituta il giorno in cui Gesù è entrato in casa mia portando con sé la ferita al piede perché io la curassi, ma di questi prodotti dell’uomo che chiamano peccati di lussuria io non dovrei pentirmi affatto se è stato come prostituta che mi ha conosciuta il mio amore e, avendo provato il mio corpo e saputo quello di cui vivevo, non mi ha voltato le spalle. Quando davanti a tutti i discepoli Gesù mi baciava una e più volte, loro gli chiedevano perché amasse me tanto più che loro, e Gesù rispondeva: “Da cosa dipende che io non vi ami tanto quanto amo lei?” Loro non sapevano cosa dire perché mai sarebbero stati in grado di amare Gesù con lo stesso assoluto amore con cui io lo amavo. Dopo la morte di Lazzaro, la disperazione e la tristezza di Gesù furono tali che, una notte, sotto le lenzuola che copriva le nostre nudità, io gli ho detto: “Non posso raggiungerti dove sei perché ti sei chiuso dietro una porta impossibile da aprire con forze umane”, e lui ha risposto, lamento e gemito animale che si è nascosto per soffrire: “Anche se non puoi entrare, non ti allontanare da me, tieni sempre stesa la tua mano anche quando non potrai vedermi, se non lo farai mi dimenticherò della vita, o lei mi dimenticherà”. E quando alcuni giorni dopo, Gesù si era ricongiunto con i suoi discepoli, io, che camminavo al suo lato, gli ho detto: “Guarderò la tua ombra se non vorrai che guardi te”, e lui ha risposto: “Voglio trovarmi dove si trova la mia ombra se è lì che saranno i tuoi occhi”. Ci amavamo e ci scambiavamo parole come queste, non solo perché belle e vere, se è possibile che una cosa sia l’una e l’altra allo stesso tempo, ma perché avevamo il presentimento che il tempo delle ombre stesse arrivando ed era necessario che cominciassimo ad abituarci, ancora da uniti, all’oscurità dell’assenza definitiva. Ho visto Gesù resuscitato e in un primo momento mi è sembrato che quell’uomo fosse il giardiniere del suo tumulo, ma oggi so che non lo vedrò mai dagli altari su cui mi hanno messa, per quanto possano essere alti, per quanto possano essere vicini al cielo, per quanti fiori e profumi li possano adornare. Non è la morte che ci ha separati, ci ha separati per sempre la stessa eternità. In quel periodo, abbracciati l’uno all’altra, unite le nostre bocche nello spirito e nella carne, né Gesù era allora quello che di lui si diceva, né io ero quello per cui mi schernivano. Gesù, con me, non è stato il Figlio di Dio, e io, con lui, non sono stata la prostituta Maria Maddalena, siamo stati soltanto quell’uomo e questa donna, tutti e due tremanti d’amore e su cui incombeva il mondo come un avvoltoio sbavante sangue. Hanno detto alcuni che Gesù avesse eliminato sette demoni dalle mia interiora, ma anche questo non è vero. Quello che Gesù ha fatto, invece, è stato svegliare i sette angeli che dormivano nella mia anima in attesa che lui arrivasse a chiedermi cure: “Aiutami”. Sono stati gli angeli che gli hanno curato il piede, sono stati loro che hanno guidato le mie mani tremolanti e hanno ripulito dal pus la ferita, sono stati loro che mi hanno messo sulle labbra la domanda senza la quale Gesù non avrebbe potuto aiutare me: “Sai quello che sono, quello che faccio, di cosa vivo”, e lui ha risposto :”Lo so”, “Non hai dovuto guardare e già sapevi tutto”, e lui ha risposto: “Non so niente”", e io ho insistito: “Che sono una prostituta”, “Questo lo so”, “Che vado a letto con uomini per denaro”, “Sì”, “Allora sai tutto di me” e lui, con voce tranquilla, come la superficie liscia di un lago mormorato, ha detto: “So soltanto questo”. Allora io non sapevo che si trattasse del figlio di Dio, né tantomeno immaginavo che Dio potesse volere un figlio, ma, in quell’istante, con la luce illuminante della comprensione dello spirito, ho capito che solamente un vero Figlio dell’Uomo avrebbe potuto pronunciare quelle tre semplici parole: “So soltanto questo”. Siamo rimasti a guardarci, non ci siamo neanche accorti che a quell’ora gli angeli erano già andati via, e da quel momento in poi, nelle parole e nel silenzio, nelle notte e nel giorno, nel sole e nella luna, nella presenza e nell’assenza, ho cominciato a dire a Gesù chi io fossi, e mi mancava ancora molto per arrivare al punto più profondo di me stessa quando l’hanno ammazzato. Sono Maria Maddalena e ho amato. Non c’è altro da aggiungere.


José Saramago (16 novembre 1922-18 giugno 2010), Um capítulo para o “Evangelho”

(Tratto da il Quaderno di Saramago — traduzione autorizzata del blog di José Saramago a cura di Massimo Lafronza)

Le parole — José Saramago

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(Immagine: pointblankstudios)


Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.
E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico-e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle , al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro:tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte - o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’ è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.


José Saramago, da Deste Mundo e do Outro, 1985

(Di questo mondo e degli altri, Einaudi 2006 — traduzione di Giulia Lanciani)