
Oggi ho visto passare, lungo il marciapiede di una via remota, l’uomo di vetro. Camminava, lucido e brillante, raccolto e infelice, in mezzo a un cicaleccio del quartiere che, tra il curioso e l’affascinato, si avvicinava per domandargli se poteva amare. Chiedeva l’uomo di vetro che non gli si avvicinassero troppo perché poteva rompersi, e quelli tagliarsi. Prendeva spazio e osservava. L’ho visto dal mio posto sull’autobus. Ho studiato il suo comportamento ed era chiaro questo: l’uomo di vetro, allontanandosi, si attenuava, voleva svanire; essere questo: uno specchio, in modo che gli altri si distraessero da quella domanda che era una sassata, e si occupassero unicamente del vedersi riflessi. Osservato da vicino, l’uomo di vetro era piatto e spigoloso, affilato, rischioso, una trasparenza, un’illusione, la cui sola cura era essere passionale, capriccioso, vitale. Scoprire il fuoco al suo interno sarebbe stato fatale: quella forza, proiettata al di fuori, avrebbe anche potuto romperlo. Così era meglio inclinare il corpo e offrire, come risposta, il fianco su cui il cristallo sarebbe stato specchio e la luce, immagine degli altri.
Vladimiro Rivas Iturralde (Ecuador), El hombre-espejo
(Da Cuentos breves Latinoamericanos, Aique Grupo Editor, Argentina 2002 — tradotto dalla Máquina de coser palabras)
Vladimiro Rivas Iturralde (Ecuador), El hombre-espejo
(Da Cuentos breves Latinoamericanos, Aique Grupo Editor, Argentina 2002 — tradotto dalla Máquina de coser palabras)