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Rimedio: la Geografia — Luigi Pirandello

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La bussola, il timone... Eh, sí! Volendo navigare... Dovreste dimostrarmi però che anche sia necessario, voglio dire che conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta anziché un'altra, o anziché a questo porto approdare a quello.
- Come! - dite, - e gli affari? senza una regola, senza un criterio direttivo? E la famiglia? l'educazione dei figliuoli? la buona reputazione in società? l'obbedienza che si deve alle leggi dello Stato? l'osservanza dei proprii doveri?
Con quest'azzurro che si beve liquido, oggi... Per carità! E che non bado forse regolarmente ai miei affari? La mia famiglia... Ma sí, vi prego di credere, mia moglie mi odia. Regolarmente e né piú né meno di quanto vostra moglie odii voi. E anche i miei piccini, ma volete che non li educhi regolarmente, come voi i vostri? Con un profitto, credete, non molto diverso di quello che la vostra saggezza riesce a ottenere. Obbedisco a tutte le leggi dello Stato e scrupolosamente osservo i miei doveri.
Soltanto, ecco, io porto - come dire? - una certa elasticità spirituale in tutti questi esercizii; profitto di tutte quelle nozioni scientifiche, positive, apprese nell'infanzia e nell'adolescenza, delle quali voi, che pur le avete apprese come me, dimostrate di non sapere o di non volere profittare.
Con molto danno, v'assicuro, della vostra salute.

Certo non è facile valersi opportunamente di quelle nozioni che contrastino, ad esempio, con le illusioni dei sensi. Che la terra si muove, ecco, se ne potrebbe valere opportunamente, come di elegante scusa, un ubriaco. Noi, in realtà, non la sentiamo muovere, se non di tanto in tanto, per qualche modesto terremoto. E le montagne, data la nostra statura, cosí alte le vediamo che - capisco - pensarle piccole grinze della crosta terrestre non è facile. Ma santo Dio, domando e dico perché abbiamo allora studiato tanto da piccoli? Se costantemente ci ricordassimo di ciò che la scienza astronomica ci ha insegnato, l'infimo, quasi incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa nell'universo...
Lo so; c'è anche la malinconia dei filosofi che ammettono, sí, piccola la terra, ma non piccola intanto l'anima nostra se può concepire l'infinita grandezza dell'universo.
Già. Chi l'ha detto? Biagio Pascal.
Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza dell'uomo, allora, se mai, è solo a patto d'intendere, di fronte a quell'infinita grandezza dell'universo, la sua infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si sente piccolissimo, l'uomo, e non mai cosí piccolo come quando si sente grande.
E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se non debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle del cielo. E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni pubblica o privata calamità, guardare in sú e pensare che dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?
Voi dite:
- Benissimo. Ma se intanto, qua sulla terra, mi fosse morto, per esempio, un figliuolo?
Eh, lo so. Il caso è grave. E piú grave diventerà, ve lo dico io, quando comincerete a uscire dal vostro dolore e sotto gli occhi che non vorrebbero piú vedere v'accadrà di scorgere, che so? la grazia timida di questi fiorellini bianchi e celesti che spuntano ora nei prati ai primi soli di marzo; e appena la dolcezza di vivere che, pur non volendo, sentirete ai nuovi tepori inebrianti della stagione, vi si tramuterà in una piú fitta ambascia pensando a lui che, intanto, non la può piú sentire.
Ebbene?... Ma che consolazione, in nome di Dio, vorreste voi avere della morte del vostro figliuolo? Non è meglio niente? Ma sí, niente, credete a me. Questo niente della terra, non solo per le sciagure, ma anche per questa dolcezza di vivere che pur ci dà: il niente assoluto, insomma, di tutte le cose umane che possiamo pensare guardando in cielo Sirio o l'Alpha del Centauro.
Non è facile. Grazie. E che forse vi sto dicendo che è facile? La scienza astronomica, vi prego di credere, è difficilissima non solo a studiare, ma anche ad applicare ai casi della vita.

Del resto, vi dico che siete incoerenti. Volete avere, di questo nostro pianeta, l'opinione ch'esso meriti un certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero che v'affligge o in una miseria che v'opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è possibile, quando una cura prema veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita diversa, altrove. Ma io non dico di porre voi stessi con l'immaginazione altrove, né di fingervi una vita diversa da quella che vi fa soffrire. Questo lo fate comunemente, sospirando: Ah, se non fossi cosí! Ah, se avessi questo o quest'altro! Ah, se potessi esser là! E son vani sospiri. Perché la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti, che speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo fatto che essa è cosí! Tanto è vero, che quelli che sono come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perché vi sembra che in quelle condizioni da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste. Ed è una stizza - scusatemi - da sciocchi. Perché quelle condizioni voi le invidiate perché non sono le vostre, e se fossero, non sareste piú voi, voglio dire con codesto desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei. Il mio rimedio è un altro. Non facile certo neanche questo, ma possibilissimo. Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.



Lo intravidi quella notte - una delle tante tristissime - che mi toccò vegliare una lunga, eterna agonia: quella in cui la mia povera madre per mesi e mesi s'era quasi incadaverita viva.
Per mia moglie, era la suocera; per i miei figliuoli moriva una, di cui il figlio ero io. Dico cosí, perché quando morrò io, mi veglierà qualcuno di loro, si spera. Avete capito? Quella volta moriva mia madre; e dunque non toccava a loro, ma a me.
- Ma come! - dite. - La nonna!
Già. La nonnina. La cara nonnina... E poi anche per me, che - v'assicuro - potevo meritarmela un po' di considerazione, di non farmi stare in piedi anche la notte, con tutto quel freddo, che cascavo a pezzi dalla stanchezza, dopo una giornata di faticosissimo lavoro.
Ma sapete com'è? Il tempo della nonnina, della cara nonnina era finito da un pezzo. S'era guastato per i nipotini il giocattolo della cara nonnina, da che l'avevano veduta, dopo l'operazione della cateratta, con un occhio grosso grosso e vano nella concavità del vetro degli occhiali; e l'altro piccolo. A presentare una nonnina cosí non c'era piú niente di bello. E a poco a poco era divenuta anche sorda come una pietra, la povera nonnina; aveva ottantacinque anni e non capiva piú niente: una balla di carne, che ansimava e si reggeva appena, pesante e traballante; e obbligava a cure, per cui ci voleva un'adorazione come la mia, a vincer la pena e il ribrezzo che costavano.
Si pensava, vedendola, a uno spaventoso castigo, di cui nessuno meglio di me sapeva che la mia povera madre era immeritevole; lasciata lí, senza piú nulla di ciò che un tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia carne disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi sa perché...
Ma il sonno, signori miei... Non c'è piú nessun affetto che tenga, quando una necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza soddisfare. Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il giorno. Il pensiero dei miei figliuoli, che durante l'intera giornata non avevano fatto nulla e ora dormivano saporitamente, al caldo, mentr'io tremavo e spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come un orso, e venir la tentazione di correre a strappar le coperte dai loro lettucci e dal letto di mia moglie per vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo. Ma poi, sentendo in me come avrebbero tremato, e pensando che avrei voluto esser io al loro posto, perché tremassero loro in vece mia, non piú contro essi, ma mi rivoltavo contro la crudeltà di quella sorte, che teneva ancora là, rantolante e insensibile a tutto, il corpo, il solo corpo ormai, e anch'esso quasi irriconoscibile, di mia madre; e pensavo, sí, sí, pensavo che, Dio, poteva finalmente finir di rantolare.
Finché una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto nella camera a una momentanea sospensione di quel rantolo, non mi sorpresi nello specchio dell'armadio, voltando non so perché il capo, curvo sul letto di mia madre e intento a spiare davvicino, se non fosse morta.
Vidi con orrore in quello specchio la mia faccia. Proprio come per farsi vedere da me, essa conservava, mentr'io me la guardavo, la stessa espressione con cui stava sospesa a spiare in un quasi allegro spavento la liberazione.
La ripresa del rantolo mi incusse in quel punto un tale raccapriccio di me, che mi nascosi quella faccia, come se avessi commesso un delitto. Ma cominciai a piangere come un bambino: come il bambino che ero stato per quella mia mamma santa, di cui sí, sí, volevo ancora la pietà per il freddo e la stanchezza che sentivo, pur avendo or ora finito di desiderar la sua morte, povera mamma santa, che n'aveva perdute di notti per me, quand'ero piccino e malato... Ah! Strozzato dall'angoscia, mi diedi a passeggiare per la camera.
Ma non potevo guardar piú nulla, perché mi parevano vivi, nella loro immobilità sospesa, gli oggetti della camera: là lo spigolo illuminato dell'armadio, qua il pomo d'ottone della lettiera su cui avevo poc'anzi posato la mano. Disperato, cascai a sedere davanti alla scrivanietta della piú piccola delle mie figliuole, la nipotina che si faceva ancora i compiti di scuola nella camera della nonna. Non so quanto tempo rimasi lí. So che a giorno chiaro, dopo un tempo incommensurabile, durante il quale non avevo piú avvertito minimamente né la stanchezza, né il freddo, né la disperazione, mi ritrovai col trattatello di geografia della mia figliuola sotto gli occhi, aperto a pagina 75, sgorbiato nei margini e con una bella macchia d'inchiostro cilestrino su l'emme di Giamaica.
Ero stato tutto quel tempo nell'isola di Giamaica, dove sono le Montagne Azzurre, dove dal lato di tramontana le spiagge s'innalzano grado grado fino a congiungersi col dolce pendio di amene colline, la maggior parte separate le une dalle altre da vallate spaziose piene di sole, e ogni vallata ha il suo ruscello e ogni collina la sua cascata. Avevo veduto sotto le acque chiare le mura delle case della città di Porto Reale sprofondate nel mare da un terribile terremoto; le piantagioni dello zucchero e del caffè, del grano d'India e della Guinea; le foreste delle montagne; avevo sentito e respirato con indicibile conforto il tanfo caldo e grasso del letame nelle grandi stalle degli allevamenti; ma proprio sentito e respirato, ma proprio veduto tutto, col sole che è là su quelle praterie, con gli uomini e con le donne e coi ragazzi come sono là, che portano con le ceste e rovesciano a mucchi sugli spiazzi assolati il raccolto del caffè ad asciugarsi; con la certezza precisa e tangibile che tutto questo era vero, in quella parte del mondo cosí lontana; cosí vero da sentirlo e opporlo come una realtà altrettanto viva a quella che mi circondava là nella camera di mia madre moribonda.
Ecco, nient'altro che questa certezza d'una realtà di vita altrove, lontana e diversa, da contrapporre, volta per volta, alla realtà presente che v'opprime; ma cosí, senza alcun nesso, neppure di contrasto, senz'alcuna intenzione, come una cosa che è perché è, e che voi non potete fare a meno che sia. Questo, il rimedio che vi consiglio, amici miei. Il rimedio che io mi trovai inopinatamente quella notte.
E per non divagar troppo, e sistemarvi in qualche modo l'immaginazione, che non abbia a stancarvisi soverchiamente, fate come ho fatto io, che a ciascuno dei miei quattro figliuoli e a mia moglie ho assegnato una parte di mondo, a cui mi metto subito a pensare, appena essi mi diano un fastidio o una afflizione.
Mia moglie, per esempio, è la Lapponia. Vuole da me una cosa ch'io non le posso dare? Appena comincia a domandarmela, io sono già nel golfo di Bòtnia, amici miei, e le dico seriamente come se nulla fosse:
- Umèa, Lulèa, Pitèa, Skelleftèa...
- Ma che dici?
- Niente, cara. I fiumi della Lapponia.
- E che c'entrano i fiumi della Lapponia?
- Niente, cara. Non c'entrano per niente affatto. Ma ci sono, e né tu né io possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Bòtnia. E vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe betulle, là... D'accordo, sí, non c'entrano neanche i salici e le betulle; ma ci sono anch'essi, cara, e tanto tanto tristi attorno ai laghi gelati tra le steppe. Lap o Lop, sai? è un'ingiuria. I Lapponi da sé si chiamano Sami. Sudici nani, cara mia! Ti basti sapere... - sí, lo so, tutto questo veramente non c'entra - ma ti basti sapere che, mentr'io ti tengo cosí cara, essi tengono cosí poco alla fedeltà coniugale, che offrono la moglie e le figliuole al primo forestiere che capita. Per conto mio, puoi star sicura: non son tentato per nulla, cara, a profittarne.
- Ma che diavolo dici? Sei pazzo? Io ti sto domandando...
- Sí, cara. Tu mi stai domandando, non dico di no. Ma che triste paese, la Lapponia!...


Luigi Pirandello (1867-1936), da Novelle per un anno, 1922-1928

(Tratto da I, Scialle nero, 1922)

C'è qualcuno che ride — Luigi Pirandello

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Serpeggia una voce in mezzo alla riunione:
- C'è qualcuno che ride.
Qua, là, dove la voce arriva, è come se si drizzi una vipera, o un grillo springhi, o sprazzi uno specchio a ferir gli occhi a tradimento.
Chi osa ridere?
Tutti si voltano di scatto a cercare in giro con occhi fulminanti.
(Il salone enorme, illuminato sopra la folla degli invitati dallo splendore di quattro grandi lampadari di cristallo, rimane in alto, nella tetraggine della sua polverosa antichità, quasi spento e deserto; solo pare allarmata, da un capo all'altro della volta, la crosta del violento affresco secentesco che ha fatto tanto per soffocare e confondere in un nerume di notte perpetua le truculente frenesie della sua pittura; si direbbe non veda l'ora che ogni agitazione cessi anche in basso e il salone sia sgombrato.)
Qualche faccia lunga, forzata con pietoso stiracchiamento a un afflitto sorriso di compiacenza, forse, a guardar bene, si trova; ma nessuno che rida, propriamente. Ora, sorridere di compiacenza sarà lecito, sarà credo anzi doveroso, se è vero che la riunione - molto seria - vuole anche aver l'aria d'uno dei soliti trattenimenti cittadini in tempo di carnevale. C'è difatti sulla pedana coperta da un tappeto nero un'orchestrina di calvi inteschiti che suona senza fine ballabili, e coppie ballano per dare alla riunione un'apparenza di festa da ballo, all'invito e quasi al comando di fotografi chiamati apposta. Stridono però talmente il rosso, il celeste di certi abiti femminili ed è così ribrezzosa la gracilità di certe spalle e di certe braccia nude, che quasi quasi vien fatto di pensare quei ballerini non siano stati estratti di sotterra per l'occasione, giocattoli vivi d'altro tempo, conservati e ora ricaricati artificialmente per dar questo spettacolo. Si sente proprio il bisogno, dopo averli guardati, di attaccarsi a un che di solido e rude: ecco, per esempio, la nuca di questo vicino aggrondato che suda paonazzo e si fa vento con un fazzoletto bianchissimo; la fronte da idiota di quella vecchia signora. Strano intanto: sulla squallida tavola dei rinfreschi, i fiori non sono finti, e allora fa tanta malinconia pensare ai giardini da cui sono stati colti questa mattina sotto una pioggerella chiara che spruzzolava lieve pungente; e che peccato questa pallida rosa già disfatta che serba nelle foglie cadute un morente odore di carne incipriata.
Sperduto qua e là tra la folla, c'è anche qualche invitato in domino, che sembra un fratellone in cerca del funerale.
La verità è che tutti questi invitati non sanno la ragione dell'invito. È sonato in città come l'appello a un'adunata. Ora, perplessi se convenga meglio appartarsi o mettersi in mostra (che non sarebbe neanche facile tra tanta folla) l'uno osserva l'altro, e chi si vede osservato nell'atto di tirarsi indietro o di cercare di farsi avanti, appassisce e resta lì; perché sono anche in sospetto l'uno dell'altro e la diffidenza nella ressa dà smanie che a stento riescono a contenere; occhiate alle spalle s'allungano oblique che, appena scoperte, si ritraggono come serpi.
- Oh guarda, sei qua anche tu?
- Eh, ci siamo tutti, mi pare.
Nessuno intanto osa chiedere perché, temendo di essere lui solo ad ignorarlo, il che sarebbe colpa nel caso che la riunione sia stata indetta per prendere una grave decisione. Senza farsene accorgere, alcuni cercano con gli occhi quei due o tre che si presume debbano essere in grado di saperlo; ma non li trovano; si saranno riuniti a consulto in qualche sala segreta, dove di tanto in tanto qualcuno è chiamato e accorre impallidendo e lasciando gli altri in un ansioso sbigottimento. Si cerca di desumere dalle qualità di chi è stato chiamato e dalla sua posizione e dalle sue aderenze che cosa di là possa essere in deliberazione, e non si riesce a comprenderlo perché, poco prima, è stato chiamato un altro di qualità opposte e d'aderenze affatto contrarie.
Nella costernazione generale per questo mistero, l'orgasmo va crescendo di punto in punto. Si sa un'inquietudine come fa presto a propagarsi e come una cosa, passando di bocca in bocca, si alteri fino a diventare un'altra. Arrivano così da un capo all'altro del salone tali enormità da far restare tramortiti. E dagli animi così tutti in fermento vapora e si diffonde come un incubo, nel quale, al suono angoscioso e spasimante di quell'orchestrina, tra il brusio confuso che stordisce e i riverberi dei lumi negli specchi, i più strani fantasmi guizzano davanti agli occhi di ciascuno, e come un fumo che trabocchi in dense volute, dalle coscienze che covano in segreto il fuoco d'inconfessati rimorsi, apprensioni traboccano e paure e sospetti d'ogni genere; in tanti la smania istintiva di correr subito a un riparo ha i più impreveduti effetti: chi sbatte gli occhi di continuo, chi guarda un vicino senza vederlo e teneramente gli sorride, chi sbottona e riabbottona senza fine un bottone del panciotto. Meglio far vista di niente. Pensare a cose aliene. La Pasqua ch'è bassa quest'anno. Uno che si chiama Buongiorno. Ma che soffocazione intanto questa commedia con noi stessi.



Il fatto (se vero) che qualcuno ride non dovrebbe far tanta impressione, mi sembra, se tutti sono in quest'animo. Ma altro che impressione! Suscita un fierissimo sdegno, e proprio perché tutti sono in quest'animo: sdegno come per un'offesa personale, che si possa avere il coraggio di ridere apertamente. L'incubo grava così insopportabile su tutti, appunto perché a nessuno par lecito ridere. Se uno si mette a ridere e gli altri seguono l'esempio, se tutto quest'incubo frana d'improvviso in una risata generale, addio ogni cosa! Bisogna che in tanta incertezza e sospensione d'animi si creda e si senta che la riunione di questa sera è molto seria.
Ma c'è poi veramente questo qualcuno che seguita a ridere, nonostante la voce che serpeggia ormai da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi è? Dov'è? Bisogna dargli la caccia, afferrarlo per il petto, sbatterlo al muro, e, tutti coi pugni protesi, domandargli perché ride e di chi ride. Pare che non sia uno solo. Ah sì, più d'uno? Dicono che sono almeno tre. Ma come, di concerto, o ciascuno per sé? Pare di concerto tutt'e tre. Ah sì? venuti dunque col deliberato proposito di ridere? Pare.
È stata prima notata una ragazzona, vestita di bianco, tutta rossa in viso, prosperosa, un po' goffa, che si buttava via dalle risa in un angolo della sala di là. Non ci s'è fatto caso in principio, sia perché donna, sia per l'età. Ha solo urtato il suono inatteso della risata e alcuni si sono voltati come per una sconvenienza, diciamo pure impertinenza, tracotanza là, se si vuole, ma perdonabile, via: un riso da bambina, del resto subito troncato, vedendosi osservata. Scappata via da quell'angolo, curva, comprimendosi, con tutte e due le mani sulla bocca, ha fatto senso - questo sì - udirla ancora ridere di là, in un prorompimento convulso, forse a causa della compressione che fuggendo s'era imposta. Bambina? Ora si viene a sapere che ha, a dir poco, sedici anni, e due occhi che schizzano fiamme. Pare che vada fuggendo da una sala all'altra, come inseguita. Sì, sì, è inseguita difatti, è inseguita da un giovinotto molto bello, biondo come lei, che ride anche lui come un pazzo inseguendola; e di tratto in tratto si ferma sbalordito dall'improntitudine di lei che si ficca da per tutto; vorrebbe darsi un contegno ma non ci riesce; si volta di qua e di là come sentendosi chiamare, e certo si morde così le labbra per tenere a freno un impeto d'ilarità che gli gorgoglia dentro e gli fa sussultare lo stomaco. Ed ecco che ora hanno scoperto anche il terzo, un certo ometto elastico che va ballonzolando e battendo i due corti braccini sulla pancetta tonda e soda come due bacchette sul tamburo, la calvizie specchiante tra una rossa corona di capelli ricciuti e una faccia beata in cui il naso gli ride più della bocca, e gli occhi più della bocca e del naso, e gli ride il mento e gli ride la fronte, gli ridono perfino le orecchie. In marsina come tutti gli altri. Chi l'ha invitato? Come si sono introdotti nella riunione? Nessuno li conosce. Nemmeno io. Ma so che è lui il padre di quei due ragazzi, signore agiato che vive in campagna con la figlia, mentre il figlio è agli studii qua in città. Saranno capitati a questa finta festa da ballo per combinazione. Chi sa che cosa, venendo, si saran detta tra loro, che intese e scherzi segreti si saran tra loro da tempo stabiliti, burle note soltanto a loro, polveri in serbo, colorate, da fuochi d'artificio, pronte a esplodere a un minimo incentivo, sia pure d'uno sguardo di sfuggita: fatto si è che non possono stare insieme: si cercano però con gli occhi da lontano e, appena si sbirciano, voltano la faccia e sotto le mani sbruffano certe risate che sono veramente scandalose in mezzo a tanta serietà.
L'ossessione di questa serietà è così su tutti incombente e soffocante, che nessuno riesce a supporre che quei tre ne possano esser fuori, lontani, e possano avere in sé invece una innocente e magari sciocca ragione di ridere così di nulla; la ragazza, per esempio, solo perché ha sedici anni e perché è abituata a vivere come una puledra in mezzo a un prato fiorito, una puledra che imbizzarrisca a ogni alito d'aria e salti e corra felice, non sa lei stessa di che: si può giurare che non s'accorge di nulla, che non ha il minimo sospetto dello scandalo che sta sollevando insieme col padre e col fratello così anch'essi festanti, alieni e lontani d'ogni sospetto.



Sicché quando, riuniti alla fine tutt'e tre su di un divano della sala di là, il padre in mezzo tra il figlio e la figlia, contenti e spossati, con un gran desiderio di abbracciarsi per il divertimento che si son presi, sgorgato dalla loro stessa gioja in tutte quelle belle risate come in un fragorìo d'effimere spume, si vedono venire incontro dalle tre grandi porte vetrate, come una nera marea sotto un cielo d'improvviso incavernato, tutta la folla degli invitati, lentamente, lentamente, con melodrammatico passo di tenebrosa congiura, dapprima non capiscono nulla, non credono che quella buffa manovra possa esser fatta per loro e si scambiano un'occhiata, ancora un po' sorridenti; il sorriso però va man mano smorendo in un crescente sbalordimento, finché, non potendo né fuggire e nemmeno indietreggiare, addossati come sono alla spalliera del divano, non più sbalorditi ma atterriti ora, levano istintivamente le mani come a parar la folla che, seguitando a procedere, s'è fatta loro sopra, terribile. I tre maggiorenti, quelli che, proprio per loro e non per altro, s'erano riuniti a consulto in una sala segreta, proprio per la voce che serpeggiava del loro riso inammissibile a cui han deliberato di dare una punizione solenne e memorabile, ecco, sono entrati dalla porta di mezzo e sono avanti a tutti, coi cappucci del domino abbassati fin sul mento e burlescamente ammanettati con tre tovaglioli, come rei da punire che vengano a implorare da loro pietà. Appena sono davanti al divano, una enorme sardonica risata di tutta la folla degli invitanti scoppia fracassante e rimbomba orribile più volte nella sala. Quel povero padre, sconvolto, annaspa tutto tremante, riesce a prendersi sotto braccio i due figli e, tutto ristretto in sé, coi brividi che gli spaccano le reni, senza poter nulla capire, se ne scappa, inseguito dal terrore che tutti gli abitanti della città siano improvvisamente impazziti.


Luigi Pirandello (1867-1936), da Novelle per un anno, 1936 (Una giornata)

(Immagini: Colette Calascione)

Resti mortali — Luigi Pirandello

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Disperazione dei nipoti, che pur gli dovevano volere un gran bene se, dopo che s'era spogliato per loro di tutto il suo, ancora avevano tanta sopportazione di lui, il signor Federico Biobin (zio Fifo, come lo chiamavano) si alzava col lume, e subito, zitto zitto, piccolino com'era di statura, col testoncino a pera che gli lustrava, calvo fino alla nuca, una ventina di duri peluzzi ritinti, dieci per parte drizzati sul musetto da topo, si metteva a frugolare per casa, sorsando, soffiando, dando smusatine, come per tenere in continuo esercizio d'esplorazione il naso puntuto, le labbra armate di quei venti spunzoncini; finché all'improvviso tutta la casa non sobbalzava dal sonno o per un rovinío di scodelle dalla piattaja in cucina o di casse che crollavano a catafascio nel ripostiglio. Accorrevano tutti, chi in camicia, chi in pigiama, chi in sottana.
- Zio, che hai fatto? che è stato?
Dava le risposte piú inaspettate:
- Niente: sento puzza di mobili vecchi.
Ma come se tutto quel fracasso non l'avesse fatto lui e non l'avesse nemmeno sentito, e placido e un po' seccato parlasse ancora dal silenzio che c'era prima nella casa.
Non lasciava giorno, senza che ne facesse una. E il bello si era che i fastidi che dava, i dispetti che faceva, per cui le budella ai nipoti, alle serve, si ritorcevano dentro come una fune, lui li chiamava servizii. Capace di stare giornate sane in cucina a ritagliare e tentar d'incollare striscioline di carta per medicare un vetro rotto della finestra a usciale che dava su una specie di ballatojo, dov'era puzzolentissimo il casottino del cesso. La cuoca si dannava.
- Ma lei che sente la puzza dei mobili vecchi, o non la sente codesta del cesso?
Non la sentiva, quella; e seguitava, sorsando, soffiando, smusando, a tentare d'incollare quelle striscioline di carta.
E ora eccolo giú in giardino, infuriato contro un'ala del cancello che, interrata, non voleva piú andare né avanti né indietro. Illividito dalla congestione e con le vene del cranio che gli scoppiavano, dava certe scrollate che le braccia, appena i ferri del cancello brandivano in contrasto, pareva gli si dovessero staccar nette dal busto. I nipoti gli gridavano dalle finestre:
- Smettila, zio! Non vedi che non s'apre?
- La smetto? O io l'apro, o ci crepo!
Non l'apriva e non ci crepava: veniva sú, tutto slogato, in un bagno di sudore, presentando le manine ridotte una pietà, perché gli fossero unte d'olio e fasciate.
Quando poi era stanco di farne ai suoi di casa, usciva e si metteva a far dispetti alla gente per via: per esempio, certe giornate che pioveva a dirotto, andando a pigliarsi apposta sull'ombrello lo sgrondo di tutte le case, con un'aria cosí parlante di farlo per dispetto, che veniva la tentazione a chi gli passava accanto di strapparlo per un braccio accosto al muro. Il piacere maligno, che sotto sotto ne provava, gli faceva arricciare agli angoli il labbro con tutti quei suoi venti peluzzi irti, quasi in un digrignamento appena percettibile, di cagnolino bizzoso.
L'ultimo fu quello della spolverina grigia d'alpagà, comperata per veste da camera, quando i nipoti, ridendo della compera, gli fecero notare ch'era una spolverina da viaggio, quella.
- Da viaggio? E allora parto!
- Parti? Dove vai?
- A Bergamo, da Ernesto, a salutarlo prima che vada a Genova a imbarcarsi per l'America.




Non ci fu verso di rimuoverlo piú da quel ticchio di partire lí per lí. Anzi, che la sua visita per quel povero Ernesto dovesse essere un gravissimo imbarazzo piuttosto che un piacere nel trambusto in cui doveva trovarsi alla vigilia di salpar per l'America: ragione di piú. E che il medico gli avesse ordinato di star tranquillo e non strapazzarsi per la sclerosi cardiaca di cui era affetto: ragione di piú, anche questa. Voleva morire! Ma come, a Bergamo? morire a Bergamo, mentre Ernesto vi spiantava la casa? Sissignori, morire a Bergamo, nella casa spiantata.
Partí con quella spolverina grigia; e purtroppo la minaccia di quel pericolo che i nipoti di Roma, senza punto crederci, gli avevano fatto balenare per trattenerlo, s'avverò. La notizia fulminea della morte di zio Fifo lo stesso giorno che arrivò a Bergamo, lasciò quasi basiti i nipoti di Roma per il fatto che, pur senza crederci, l'avevano preveduta; e che, pur avendola preveduta, per quel non crederci, avessero lasciato partire lo zio.
Di quest'ultimo dispetto ai nipoti lontani e dell'altro ancor piú acerbo al nipote vicino, là a Bergamo, zio Fifo, in mezzo alla confusione della casa tutta sossopra per lo sgombero, stecchito sul lettino di ferro, con la sua brava spolverina grigia da cui spuntavano i due piedini giunti, piú che soddisfatto, pareva ora felicissimo.
Tra gli altri mobili della camera scostati dalle pareti e fuori di posto, comodissimo comodissimo ci stava lui, su quel lettino di ferro che nessuno, finché ci stava lui, avrebbe potuto toccare, coi quattro ceri accesi, due da capo, due da piedi; le manine intrecciate sul ventre che gli s'era un po' gonfiato.
Pareva proprio che sorridesse, sornione, con gli occhi chiusi e quei venti spunzoncini ancora drizzati sul musetto da topo.
Difatti, il compito di venire a morire a Bergamo per maggior ristoro del nipote Ernesto in partenza per l'America, lui lo aveva assolto; ora toccava agli altri quello di rimuoverlo di lí, o per seppellirlo nel cimitero di Bergamo o per rispedirlo a Roma se lo volevano là nella tomba di famiglia.
Stimò piú sbrigativo il nipote Ernesto rispedirlo a Roma e lasciare ai cugini la cura e il resto delle spese per i funerali all'arrivo: aveva i minuti contati; sarebbe arrivato a Genova appena in tempo per imbarcarsi. Malauguratamente però, nel fare la spedizione, credette che l'uso della frase «resti mortali» invece della cruda parola «cadavere» fosse lecito, com'era certo piú gentile e pietoso; e se ne volle servire, forse a compensare il povero zio di tutte le imprecazioni che gli aveva scagliate per esser venuto a buttarglisi morto tra i piedi in un frangente come quello.
Ora ai nipoti di Roma venuti alla stazione a ricevere il feretro con molte corone di fiori e un magnifico carro funebre di prima classe a quattro cavalli e piú d'un centinajo d'amici e conoscenti e rappresentanze di sodalizii con labari e bandiere e il parroco per la benedizione alla salma e due belle file di monache e chierici con le candele in mano; appunto per l'uso gentile e pietoso di quella frase, l'ufficiale di dogana presentò una bolletta gravata da una multa di parecchie migliaja di lire. - Multa? E perché?
- Falso in denunzia.
- Falso? Che falso?
- Ma credono lor signori, che si possa impunemente denunziare un feretro come resti mortali? I resti mortali sono un conto: un mucchietto d'ossa e di cenere in una cassettina di latta; e pagano per tali, secondo una loro tariffa. Un feretro è un altro conto. Per quanto piccolo, bisogna che paghi come feretro. Altra tariffa.
Protestarono i nipoti che intenzione di frode nel cugino Ernesto non poteva esserci stata; ma, anche ammesso e non concesso che ci fosse stata, la multa, se mai, doveva pagarla chi aveva spedito e non chi riceveva. Erano pronti a pagare il di piú della spesa, secondo la tariffa, trattandosi realmente di un feretro e non di resti mortali (benché la distinzione potesse parere a prima giunta sofistica); ma, a ogni modo, la multa no, no e no.
Non avevano nessuna colpa, loro. Il cugino Ernesto era partito per l'America, e responsabile dello sbaglio (non diciamo frode, per carità!) restava allora l'ufficio di spedizione alla dogana di Bergamo che s'era ricevuto a occhi chiusi e aveva «inoltrato» come resti mortali un feretro intero. Per placare il capo-stazione chiamato a dare man forte all'ufficiale di dogana, i nipoti si mostrarono disposti a scusare, del resto, anche l'ufficio di spedizione della dogana di Bergamo, informando che il cugino Ernesto doveva aver spedito in quei giorni chi sa quanti colli, per cui sapendosi in città ch'egli era sul punto di lasciare l'Italia per sempre, quell'ufficiale di dogana, addetto alla spedizione, facilmente aveva potuto supporre che spedisse anche i resti mortali di qualche parente sepolto da tempo nel cimitero di Bergamo, per non lasciarli colà. La colpa, in questo caso, si riduceva soltanto a una mancata verifica. Gli volevano far pagare la multa per questo? Ecco, ma a lui sempre, la multa, se mai; mica a loro che non c'entravano né punto né poco.




Mentre cosí si discuteva nell'ufficio di dogana, fuori nello spiazzale quelli ch'eran venuti per l'accompagnamento funebre vestiti di nero e in tubino, s'erano ritratti e impalati in fila, gomito a gomito, a ridosso al muro, per ripararsi da un terribile sole d'agosto, prossimo al meriggio. C'era a mala pena, lungo quel muro, un filo d'ombra che non arrivava a riparare fino alla punta neanche i piedi; e davanti, tutte le cose, a quella vampa di sole, abbarbagliavano. Cosí tutti impalati, con gli occhi fuori del capo, guardavano l'enorme carro funebre, rimasto in mezzo allo spiazzale, là, ferocemente nero e dorato, e pareva ne avessero un formidabile incubo, come di quelle monache che se ne stavano impassibili, a occhi bassi, cosí infagottate in quelle loro tonache di pesantissimo panno marrone, con quel cappuccetto nero a capanna in capo, tutte bene appettate sotto il modestino bianco insaldato, e le candele accese in mano. Dio, quelle candele, la cui fiamma nel sole non si vedeva, e se ne vedeva invece il fumighío tremolante! Ma che avveniva? Perché non portavano il feretro? Che s'aspettava? Alcuni, piú impazienti, andarono a sentire; poi a poco a poco, tutti, tranne il cocchiere sul carro funebre, le monache, i chierici e i portatori dei labari e delle bandiere, entrarono nel fresco delizioso dell'ufficio della dogana, ch'era un alto e vasto magazzino ingombro tutt'intorno alle pareti di casse rammontate e di balle e di colli.
Vi rintronavano i gridi della contesa tra i nipoti del morto da una parte, e il capo-stazione e gli ufficiali di dogana dall'altra. Gli animi s'erano accesi. Il capo-stazione era irremovibile: o pagare la multa, o niente feretro! Il maggiore dei nipoti, furibondo, minacciava che glielo avrebbero lasciato lí. Non era mica merce, un morto, che si potesse rivendere all'asta! Volevano vedere che cosa il capo-stazione se ne farebbe! E il capo-stazione sghignazzava e rispondeva che, chiestane licenza a chi di dovere, lo avrebbe mandato a seppellire con due facchini; e che poi a far pagare le spese e la tariffa e la multa ci avrebbero pensato con comodo gli uscieri. Un fremito d'indignazione accolse questa risposta e allora l'altro nipote, confortato dal consenso di tutti, lo diffidò dal farlo: avrebbe chiamato responsabile l'amministrazione dei danni morali e materiali, perché non era mica un cane il loro zio da esser mandato a seppellire in quel modo; c'erano là centinaja di persone venute a rendergli i meritati onori funebri, labari e bandiere di sodalizi, un carro di prima classe, un santo sacerdote, monache e chierici con piú di quaranta candele!
E i due nipoti, rossi come gamberi, con le camice bianche che, nello scompiglio dell'esagitazione, strabuzzavano loro dalle maniche nere e perfino di sotto il panciotto, tutti tremanti per lo sfogo violento e piangenti dalla rabbia, furono condotti via.
Ora quell'incubo di carro funebre che se n'andava vuoto e traballante, diretto alla rimessa, e quelle monache e quei chierici che capovolgevano le candele per smorzarle in terra, diedero a tutti, anche ai nipoti, in quell'animazione insolita, un senso di leggerezza, come se zio Fifo, mandato a monte il funerale, non fosse piú morto.
Ma si poteva veramente dir morto zio Fifo, se seguitava a fare con tanta pervicacia ciò che aveva sempre fatto in vita: dispetti a tutti?
So bene che non s'è mai dato il caso che un morto si sia staccate le mani dal petto per cacciarsi una mosca dal naso; ma per zio Fifo riparato dalla doppia cassa di zinco e di noce, là sotto gli occhi del capo-stazione rimasto solo nel magazzino della dogana a grattarsi la testa, mi par proprio lecito immaginare che se le sia staccate davvero, quelle sue gracili manine dal petto, per darsi contentone una bella stropicciatina.



Luigi Pirandello (1867-1936), da Novelle per un anno, (Donna Mimma, 1925)

(Immagini: giocattoli di Lindsey Carr)

La distruzione dell'uomo — Luigi Pirandello

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Vorrei sapere soltanto se il signor giudice istruttore ritiene in buona fede d'aver trovato una sola ragione che valga a spiegare in qualche modo questo ch'egli chiama assassinio premeditato (e sarebbe, se mai, doppio assassinio, perché la vittima stava per compire felicemente l'ultimo mese di gravidanza).
Si sa che Nicola Petix s'è barricato in un silenzio impenetrabile, prima davanti al commissario di polizia, appena arrestato, poi davanti a lui, voglio dire al signor giudice istruttore che inutilmente tante volte e in tutte le maniere s'è provato a interrogarlo, e infine anche davanti al giovane avvocato che gli hanno imposto d'ufficio, visto che fino all'ultimo non ha voluto incaricarne uno di sua fiducia per la difesa.
Di questo silenzio cosí ostinato si dovrebbe pur dare, mi sembra, una qualche interpretazione.
Dicono che in carcere Petix dimostra la smemorata indifferenza d'un gatto che, dopo aver fatto strazio d'un topo o d'un pulcino, si raccolga beato dentro un raggio di sole.
Ma è chiaro che questa voce, la quale vorrebbe dare a intendere che Petix consumò il delitto con l'incoscienza d'una bestia, non è stata accolta dal giudice istruttore, se egli ha creduto di dovere ammettere e sostenere la premeditazione nell'assassinio. Le bestie non premeditano. Se s'appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né assassine. La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma per sé la volpe non è ladra: ha fame; e quand'ha fame, acchiappa la gallina e se la mangia. E dopo che se l'è mangiata, addio, non ci pensa più.
Ora Petix non è una bestia. E bisogna vedere, prima di tutto, se questa indifferenza è vera. Perché, se vera, anche di questa indifferenza si dovrebbe tener conto, come di quel silenzio ostinato, di cui – a mio modo di vedere – sarebbe la conseguenza più naturale; corroborati come sono l'una e l'altro dall'esplicito rifiuto d'un difensore.
Ma non voglio anticipar giudizii, né mettere avanti per ora la mia opinione.
Séguito a discutere col signor giudice istruttore.

Se il signor giudice istruttore crede che Petix sia da punire con tutti i rigori della legge, perché per lui non è uno scemo feroce da paragonare a una bestia, né un pazzo furioso che per nulla abbia ucciso una donna a poche settimane del parto; la ragione del delitto, di quest'assassinio premeditato, quale può essere stata?
Una passione segreta per quella donna, no. Basterebbe che il giovane avvocato d'ufficio mettesse sotto gli occhi ai signori giurati, per un momento, un ritratto della povera morta. La signora Porrella aveva quarantasette anni e a tutto ormai poteva somigliare tranne che a una donna.
Ricordo d'averla veduta pochi giorni prima del delitto, sulla fine d'ottobre, a braccetto del marito cinquantenne, un pochino più piccolino di lei, ma col suo bravo pancino anche lui, il signor Porrella, per il viale Nomentano sul tramonto, non ostante il vento che sollevava in calde raffiche fragorose le foglie morte.
Posso assicurare sulla mia parola d'onore, ch'era una provocazione la vista di quei due, fuori a passeggio in una giornata come quella, con tutto quel vento, tra il turbine di tutte quelle foglie morte, piccoli sotto gli alti platani nudi che armeggiavano nel cielo tempestoso con l'ispido intrico dei rami.
Buttavano i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, come per un cómpito assegnato.
Forse credevano che di quella passeggiata non si potesse assolutamente fare a meno, ora che la gravidanza era agli ultimi giorni. Prescritta dal medico; consigliata da tutte le amiche del vicinato.
Seccante forse, sí, ma naturalissimo per loro che quel vento insorgesse cosí di tratto in tratto e sbattesse furiosamente di qua e di là tutte quelle foglie accartocciate senza mai riuscire a spazzarle via; e che quei platani là, poiché a tempo avevano rimesso le foglie, ora a tempo se ne spogliassero per rimaner come morti fino alla ventura primavera; e che là quel cane randagio fosse condannato da ogni fiuto nel naso a fermarsi quasi a tutti i tronchi di quei platani e ad alzare con esasperazione un'anca per non spremer che poche gocciole appena, dopo essersi rigirato piú e piú volte smaniosamente per cercarne il verso.
Giuro che non a me soltanto, ma a quanti passavano quel giorno per il viale Nomentano sembrava incredibile che quell'omino là potesse mostrarsi cosí soddisfatto di portarsi a spasso quella moglie in quello stato; e più incredibile che quella moglie si lasciasse portare, con un'ostinazione che tanto più appariva crudele contro se stessa, quanto più lei sembrava rassegnata allo sforzo insopportabile che doveva costarle. Barellava, ansimava e aveva gli occhi come induriti nello spasimo, non già di quello sforzo disumano, ma dalla paura che non sarebbe riuscita a portare fino all'ultimo quel suo ingombro osceno nel ventre che le cascava. È vero che di tanto in tanto abbassava su quegli occhi le palpebre livide. Ma non tanto per vergogna le abbassava, quanto per il dispetto di vedersi obbligata a sentirla, quella vergogna, dagli occhi di chi la guardava e la vedeva in quello stato, alla sua età, vecchia ciabatta ancora in uso per una cosa che pareva tanto. Infatti, tenendo per il braccio il marito, avrebbe potuto con qualche strizzatina sotto sotto richiamarlo dalla soddisfazione a cui spesso e con troppa evidenza s'abbandonava, d'esser lui, pur cosí piccolino e calvo e cinquantenne, l'autore di tutto quel grosso guajo lí. Non lo richiamava, perché era anzi contenta che avesse il coraggio di mostrarla lui, quella soddisfazione, mentre a lei toccava di mostrarne vergogna. Mi pare di vederla ancora, quando, a qualche raffica più violenta che la investiva da dietro, si fermava su le tozze gambe larghe, a cui s'attaccava la veste che gliele disegnava sconciamente, mentre davanti le faceva pallone. Allora ella non sapeva a qual riparo correr prima col braccio libero; se abbassare cioè quel pallone della veste, che rischiava di scoprirla tutta davanti, o se tener per la falda il vecchio cappello di velluto viola, alle cui malinconiche piume nere nasceva col vento una disperata velleità di volo.





Ma veniamo al fatto.
Vi prego (se avete un po' di tempo) d'andar a visitare quel vecchio casone in Via Alessandria, dove abitavano i coniugi Porrella e anche, in due stanzette del piano di sotto, Nicola Petix.
È uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come bollati col marchio della comune volgarità del tempo in cui furon levati in gran furia, nella previsione che poi si riconobbe errata d'un precipitoso e strabocchevole affluir di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a terza capitale del regno.
Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma anche d'illustri casati, e tutti i sussidii prestati dalle banche di credito a quei costruttori, che parvero per più anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.
E si videro, dov'erano antichi parchi patrizii, magnifiche ville e, di là dal fiume, orti e prati, sorger case e case e case, interi isolati, per vie eccentriche appena tracciate; e tante all'improvviso restare – ruderi nuovi – alzate fino ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani delle finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi dei muri grezzi, qualche resto dell'impalcatura abbandonata, annerito e imporrito dalle piogge; e altri isolati, già compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri nuovi, per cui non passava mai nessuno; e l'erba nel silenzio dei mesi rispuntare ai margini dei marciapiedi, rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente a ogni soffio d'aria, riprendersi tutto il battuto delle strade.
Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi per accogliere agiati inquilini, furono aperte, tanto per trarne qualche profitto, all'invasione della gente del popolo. La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco tempo tale scempio, che quando alla fine, con l'andar degli anni, cominciò a Roma veramente la penuria degli alloggi, troppo presto temuta prima, troppo tardi rimediata poi per la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa di quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le avevano acquistate a poco prezzo dalle banche sussidiatrici degli antichi costruttori falliti, facendosi ora il conto di quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e rimetterle in uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini disposti a pagare una piú alta pigione, stimarono più conveniente non farne nulla e contentarsi di lasciar le scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri rotti imbandierate di cenci sporchi e rattoppati, stesi sui cordini ad asciugare.
Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e miserabili case, pur tra cotali inquilini rimasti a compir l'opera di distruzione sulle pareti e sugli usci e sui pavimenti, qualche famiglia decaduta o di ceto medio, d'impiegati o di professori, ha cominciato a cercar ricovero, o per non averlo trovato altrove o per bisogno o amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto quel lerciume e più della mescolanza con quello che sí, Dio mio, prossimo è, non si nega, ma che pur certamente, poco poco che si ami la pulizia e la buona creanza, dispiace aver troppo vicino; e non si può dire del resto che il dispiacere non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti sono stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco a poco, se han voluto esser visti men male, han dovuto acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese che accordate.
Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il delitto, i coniugi Porrella abitavano da circa quindici anni; Nicola Petix, da una diecina. Ma mentre quelli da un pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i più antichi casigliani, Petix s'era attirato al contrario sempre più l'antipatia generale, per il disprezzo con cui guardava, a cominciar dal portinajo ciabattino, tutti; senza mai voler degnare non che d'una parola, ma neppur d'un lieve cenno di saluto, nessuno.





Ho detto, veniamo al fatto. Ma un fatto è come un sacco che, vuoto, non si regge.
Se n'accorgerà bene il signor giudice istruttore, se – come pare – vorrà provarsi a farlo reggere cosí, senza prima farci entrar dentro tutte quelle ragioni che certamente lo han determinato, e che lui forse non immagina neppure.
Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da gran tempo e morto in America, il quale tutta la fortuna raccolta in tanti anni laggiú con l'esercizio della professione lasciò in eredità a un altro figliuolo, maggiore di due anni di Petix e ingegnere anche lui, con l'obbligo di passare mensilmente al fratello minore, vita natural durante, un assegnino di poche centinaja di lire, quasi a titolo d'elemosina e non perché gli spettassero di diritto, essendosi già «mangiata», com'era detto nel testamento, «tutta la legittima a lui spettante in un ozio vergognoso».
Quest'ozio di Petix sarà bene intanto che non venga considerato solamente dal lato del padre, ma un po' anche da quello di lui, perché Petix veramente frequentò per anni e anni le aule universitarie, passando da un ordine di studii all'altro, dalla medicina alla legge, dalla legge alle matematiche, da queste alle lettere e alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun esame, perché non si sognò mai di fare il medico o l'avvocato, il matematico o il letterato o il filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai nulla; ma ciò non vuol dire che se ne sia stato in ozio, e che quest'ozio sia stato vergognoso. Ha meditato sempre, studiando a suo modo, sui casi della vita e sui costumi degli uomini.
Frutto di queste continue meditazioni, un tedio infinito, un tedio insopportabile tanto della vita quanto degli uomini.
Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro alla cosa da fare, come un cieco, senza vederla da fuori; o se no, assegnarle uno scopo. Che scopo? Soltanto quello di farla? Ma sí, Dio mio: come si fa. Oggi questa e domani un'altra. O anche la stessa cosa ogni giorno. Secondo le inclinazioni o le capacità, secondo le intenzioni, secondo i sentimenti o gl'istinti. Come si fa.
Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e capacità e intenzioni, di quei sentimenti e istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si sentono, si vuol vedere da fuori lo scopo, che appunto perché cercato cosí da fuori non si trova più, come non si trova più nulla.
Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che dovrebbe essere la quintessenza d'ogni filosofia.
La vista quotidiana dei cento e più inquilini di quel casone lercio e tetro, gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli un'uggia, un'insofferenza smaniosa; che si esasperava sempre piú di giorno in giorno.
Sopra tutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano nel cortile e per le scale. Non poteva affacciarsi alla finestra su quel cortile, che non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lí i loro bisogni mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o sull'acciottolato sconnesso, ove stagnavano pozze di acqua putrida (seppure era acqua), tre maschietti buttati carponi a spiare donde e come faceva pipí una bambinuccia di tre anni che non se ne curava, grave, ignara e con un occhio fasciato. E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffii che si davano, le strappate di capelli, e gli strilli che ne seguivano, a cui partecipavano le mamme da tutte le finestre dei cinque piani; mentre, ecco, la signorina maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli cascanti attraversa il cortile con un grosso mazzo di fiori, dono del fidanzato che le sorride accanto.
Petix aveva la tentazione di correre al cassetto del comodino per tirare una rivoltellata a quella maestrina, tale e tanta furia d'indignazione gli provocavano quei fiori e quel sorriso del fidanzato, le lusinghe dell'amore in mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella sporca figliolanza, che tra poco quella maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad accrescere.
Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola Petix assisteva in quel casone alle periodiche immancabili gravidanze di quella signora Porrella, la quale, arrivata fra nausee, trepidazioni e patimenti al settimo o l'ottavo mese, ogni volta rischiando di morire, abortiva. In diciannove anni di matrimonio quella carcassa di donna contava già quindici aborti.
La cosa più spaventevole per Nicola Petix era questa: che non riusciva a vedere in quei due la ragione per cui, con un'ostinazione cosí cieca e feroce contro se stessi, volevano un figlio.





Forse perché diciott'anni addietro, al tempo della prima gravidanza, la donna aveva preparato di tutto punto il corredino del nascituro: fasce, cuffiette, camicine, bavaglini, vestine lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che aspettavano ancora di essere usati ormai ingialliti e stecchiti nella loro insaldatura, come cadaverini.
Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del casamento che figliavano a più non posso e Nicola Petix che a più non posso odiava questa loro sporca figliolanza, s'era impegnata come una sfida: quelle a sostenere che la signora Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e lui a dir di no, che neanche questa volta l'avrebbe fatto. E quanto più premurose, con infinite cure e consigli e attenzioni, quelle covavano il ventre della donna che di mese in mese ingrossava; tanto piú lui, vedendolo di mese in mese ingrossare, si sentiva crescere l'irritazione, la smania, il furore. Negli ultimi giorni d'ogni gravidanza, alla sua fantasia sovreccitata tutto quel casone si rappresentava come un ventre enorme travagliato disperatamente dalla gestazione dell'uomo che doveva nascere. Non si trattava più per lui del parto imminente della signora Porrella, che doveva dargli una sconfitta; si trattava dell'uomo, dell'uomo che tutte quelle donne volevano che nascesse dal ventre di quella donna; dell'uomo quale può nascere dalla bruta necessità dei due sessi che si sono accoppiati.
Ebbene, l'uomo volle distruggere Petix quando fu certo che finalmente quella sedicesima gravidanza avrebbe avuto il suo compimento. L'uomo. Non uno dei tanti, ma tutti in quell'uomo; per fare in quell'uno la vendetta dei tanti che vedeva lí, piccoli bruti che vivevano per vivere, senza saper di vivere, se non per quel poco che ogni giorno parevano condannati a fare: sempre le stesse cose.
E avvenne pochi giorni dopo ch'io vidi i due coniugi Porrella per il viale nomentano, tra il turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, compunti, come per un cómpito assegnato.
La meta della quotidiana passeggiata era un pietrone oltre la Barriera, dove il viale, svoltando ancora una volta dopo Sant'Agnese e restringendosi un poco, declina verso la vallata dell'Aniene. Ogni giorno, seduti su quel pietrone, si riposavano della lunga e lenta camminata per una mezz'oretta, il signor Porrella guardando il ponte fosco e certamente pensando che di là erano passati gli antichi romani; la signora Porrella seguendo con gli occhi qualche vecchia cercatrice d'insalata tra l'erba del declivio lungo il corso del fiume, che appare lí sotto per un breve tratto dopo il ponte; o guardandosi le mani e rigirandosi pian piano gli anelli attorno alle tozze dita.
Anche quel giorno vollero arrivare alla meta, non ostante che il fiume per le abbondanti piogge recenti fosse in piena e straripato minacciosamente sul declivio, quasi fin sotto a quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su questo, come se stesse ad aspettarli, scorgessero da lontano il loro coinquilino Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sé come un grosso gufo.
Si fermarono, scorgendolo, contrariati e perplessi per un istante, se andare a sedere altrove o tornare indietro. Ma quello stesso avvertimento di contrarietà e di diffidenza li spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro irragionevole ammettere che la presenza invisa di quell'uomo e anche l'intenzione che pareva in lui evidente d'esser venuto lí per essi potessero rappresentare qualcosa di cosí grave, da rinunziare a quella sosta consueta, di cui la pregnante specialmente aveva bisogno.
Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un attimo, quasi quietamente. Come la donna s'accostò al pietrone per mettervisi a sedere egli la afferrò per un braccio e la trasse con uno strappo fino all'orlo delle acque straripate; là le diede uno spintone e la mandò ad annegare nel fiume.


Luigi Pirandello (1867-1936), da La Mosca, 1923 (in Novelle per un anno, Mondadori 1944)

(Immagini: fotografie di Roma tra fine '800 e inizi '900)