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Guardo il fiume — Nemésio Brito de Almeida

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Il fiume è immenso, è un mare. Passo ore a fissare il pelo dell’acqua, i vortici che fanno impazzire i legni, i mulinelli che inghiottono stracci e rifiuti e restituiscono fiotti di fango.
Un pallone scorre via veloce. Un gabbiano lo scambia per una preda, garrisce, si abbassa e sta per tuffarsi. Poi capisce e rinuncia, traccia un semicerchio grigio nell’aria.
Io continuo a fissare il fiume. È immenso, un mare. Continuo a aspettare.
Aspetto di scorgere, un giorno, quel relitto gonfio, scomposto, che abita tutti i miei sogni. Quel corpo trascinato via che, passando rapido, si girerà verso di me.
Mi guarderà, per un attimo, e io lo guarderò.
Il mio volto tumefatto, bluastro, senza espressione.


Nemésio Brito de Almeida (Portogallo), Olho o Rio

(Tradotto da O Cata-vento dos Caracóis, Ed. Conímbriga 2009)

L’uomo che non cambiò la Storia — Nemésio Brito de Almeida

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Una volta, a Vienna, mi raccontarono una storia. Che c’era stato un vecchio tassista (un certo Otto, o Franz, o Günther, non lo ricordo più) conosciuto da tutti, la favola della città. Il tassista, pare, era ateo. Ma prima di passare all’altro mondo volle che gli chiamassero un prete. Sul letto di morte, fra rantoli e colpi di tosse, confessò al sacerdote il suo unico peccato. Era la leggenda che girava per le birrerie, la fonte di crasse risate per un bel po’ di austriaci da almeno cinquant’anni. Il tassista – che all’epoca ancora non guidava la sua Daimler, ma una comune carrozza con cavallo – un giorno era stato sul punto di cambiare la storia del mondo. Era successo quando un giovane pallido, piuttosto basso, dallo sguardo assente e febbrile, gli aveva di colpo attraversato la strada, nel nono distretto. Il tassista – o meglio, il cocchiere – aveva fatto in tempo a tirare le briglie, evitando il ragazzo. Quello, masticando un’imprecazione, aveva raccolto da terra il quadro che aveva sottobraccio, forse un acquerello. E poi aveva proseguito, senza nemmeno voltarsi, verso la Berggasse.


Nemésio Brito de Almeida (Portogallo), O Homem que não mudou a História

( Tradotto da O Homem Memoh, Ed. Conímbriga 1992)

La Casa delle Tette — Nemésio Brito de Almeida

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Ho sempre guardato alle donne con diffidenza.
Forse è colpa della mia storia famigliare.
Mio padre amava svisceratamente il sesso femminile. In occasione del loro venticinquesimo anniversario di matrimonio, la mamma scoprì che papà aveva altre tre mogli. (Da parte mia, il peggio fu conoscere le mie dieci sorellastre.) Ora, ci si aspetterebbe che mia madre lo cacciasse subito di casa. Ma non fu così. Il babbo (per nostra fortuna, o sfortuna, vivevamo in un appartamento molto grande) portò le altre sue tredici donne a casa.
Insomma: mio padre era mormone, ma non lo aveva mai saputo.

Andò avanti così, per anni, tra continue mestruazioni, crisi isteriche, accapigliamenti furibondi. Quando andava bene c’erano le gelosie, le invidie per i vestiti o per i gioielli. O per i vari fidanzati del momento.

Beatriz, la figlia di Ermelinda (o di Cidália, non ne sono sicuro), era la maggiore delle ragazze in casa. E anche la più brutta. Ma aveva un seno enorme che era il suo orgoglio. «Vieni qua, vicino vicino», mi fece un giorno. «Vedi?», disse sogghignando, «non sono mica piatta come quei tavolacci delle tue sorelle».

Furono le prime tette che toccai.

E poi cominciò una giostra, un carosello, un turbinio di tette. Casa mia era la Casa delle Tette. Facevano a gara per farsi spiare, palpare, baciare, succhiare. Tutte contro tutte. E io, raggiante, in mezzo ai loro seni.

Col tempo la mia curiosità cresceva, ovvio. Avrei voluto spiare, palpare, baciare, assaporare il resto delle mie sorelle. Però me lo impedivano: mai più giù del reggipetto, peccato mortale, «Per chi mi hai presa? Per quella puttana di Paula, di Claúdia, di Regina? Prima devi sposarmi, cocco!».

A diciott’anni scappai dalla Casa delle Tette.
Delle tette e basta.

Da allora ho avuto un paio di rapporti quasi seri, centinaia di relazioni occasionali e quasi un migliaio di flirt. È che sono molto diverso da mio padre. Una volta oltrepassato il reggipetto, strappate le mutandine, comincia la mia diffidenza patologica.

Di quando in quando ripenso alla Casa delle Tette, mi metto a macchinare piani criminosi. Che so io: un congegno esplosivo che mandi all’aria tutto, un incendio appiccato in piena notte, gas nervino. Che non se ne salvi neanche una di quelle maledette ipocrite, sacerdotesse del Sacro Capezzolo.

Ma sono accessi di crudeltà omicida che ormai durano poco, pochissimo — passano all’istante. Da quando ho saputo il nomignolo che, là nel quartiere, la gente ha affibbiato alla casa delle mie sorellastre.

Ora la chiamano «la Casa delle Zitelle».


Nemésio Brito de Almeida (Portogallo), A Casa das Tetas

(Tradotto da O Homem Memoh, Ed. Conímbriga 1992)

Il cacciatore di rumori — Nemésio Brito de Almeida

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Si nutriva di suoni, andava a caccia di rumori, voci.
Lo prendevano per pazzo — è chiaro —, perché nessuno riusciva a capire il senso di tutto quell’affannarsi, dell’andare in giro con registratori grandi e piccoli, microfoni microscopici e ingombranti, bicchieri, stetoscopi.
In casa passava il tempo con l’orecchio attaccato alla tazzina che appoggiava alla parete, per non perdersi neanche un sussurro dall’appartamento dei vicini.
Si dice che nessuno lo avesse mai sentito dire una parola. E che fosse il figlio di una coppia di sordomuti.

Ogni notte faceva lo stesso incubo: era Ludwig van Beethoven e stava per morire.
Non era la fine a terrorizzarlo, ma tutto quel silenzio.


Nemésio Brito de Almeida (Portogallo), O Caçador de ruídos
(Tradotto da Recordações de um Homem sem Memória, Ed. Conímbriga, 1973)