Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio — Julio Cortázar

(Immagine: Justin Aerni)

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto un orologio, tanti auguri e speriamo che ti duri perché è di buona marca, svizzero con un’ancora di rubini; non ti regalano solamente questo piccolo scalpellino che ti legherai al polso e che passeggerà insieme a te. Ti regalano – non lo sanno, la cosa terribile è che non lo sanno –, ti regalano un nuovo pezzo di te stesso, un pezzo fragile e precario, qualcosa che è tuo ma non è il tuo corpo, che devi legarti al corpo con il cinturino come un braccio disperato appeso al polso. Ti regalano la necessità di caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo perché continui a essere un orologio; ti regalano l’ossessione di aspettare l’ora esatta nelle vetrine delle gioiellerie, agli annunci radiofonici, al servizio telefonico. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che cada a terra e si rompa. Ti regalano la sua marca, e la sicurezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a paragonare il tuo orologio con gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu il regalo, è te che regalano per il compleanno dell’orologio. 



Julio Cortázar, Preámbulo a las instrucciones para dar cuerda al reloj

(Da Historias de Cronopios y de Famas, Alfaguara edizioni, 2012.Traduzione dallo spagnolo di Chiara Candeloro — tratto da Sagarana.net)

Storia con la S maiuscola — José Eduardo Lopes

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(Achille con Chirone — part. dalla basilica di Ercolano, 45/79 d.C.)


La Storia è scritta con i testi e dagli autori che sopravvivono, e non con la cenere delle biblioteche incendiate, o dai saggi condannati a morte od al silenzio, che è la più prolungata delle morti. Se riuscissimo a redigere una Storia parallela a partire da tutti questi elementi perduti, ci renderemmo conto che i nostri libri e i nostri manuali scolastici oggi ci insegnerebbero storie e fatti assai diversi.
Una pergamena proveniente dall’antica Biblioteca di Pergamo, in seguito trascritta in copto, parte di quello che è stato classificato come il Codice Adb Qurna – 4B (il primo riferimento occidentale a quest’opera s’incontra in Rawlinson, W.E., nel suo Account of Old Manuscripts, del 1824), ci offre una visione differente della vita di Achille, almeno per i primi anni della vita dell’eroe.
Achille nacque in Tessaglia, ed era figlio del re Peleo. Questo antico testo non allude all’ambrosia o a qualche altro artificio usato da sua madre, Teti, per renderlo invulnerabile, e menziona al suo interno che l’infante Achille sarebbe stato ferito a morte da un cinghiale durante una battuta di caccia. Quando si riebbe, Teti lo affidò a Chirone, un vecchio eremita del monte Pelione. Di costui dice il manoscritto che fosse più antico delle più giovani rocce del Pelione, e che sulle quattro membra s’era fatto incidere il nome dei quattro minerali della scienza sacra. Chirone educa Achille ad esser vigoroso e feroce in battaglia, esortandolo a catturar le fiere, con i muscoli e lo spirito temprati dalle prove e dal rigore degli elementi. Allo stesso tempo, ricorrendo alla sua scienza segreta, concede ad Achille l’Elisir di Lunga Vita, che fece sì che Achille si mantenesse eternamente giovane e potesse vivere per sempre a meno che, com’è evidente, nessuna spada, nessun animale selvaggio o tempesta in mare, ponesse termine alla sua esistenza.
Era immortale, ma non invulnerabile, poderoso ma debole. L’Elisir gli conferiva una salute e una giovinezza indistruttibili, e l’educazione impartita da Chirone l’aveva preparato ad affrontare chiunque l’avesse voluto uccidere.
Fu per questo motivo che Teti tentò di mascherarlo da donna, perché fosse risparmiato dalla sorte delle guerre e dai pericoli del mare, e per lei fu come se l’avesse già perduto quando Ulisse smascherò quel travestimento e lo ricondusse al palazzo che l’aveva visto nascere.
Il testo rimanente della pergamena segue da vicino la versione classica del mito, con la sua partecipazione alla guerra di Troia o i suoi disaccordi con Agamennone; ma l’opera nel suo complesso traccia un nuovo profilo dell’eroe – quello di un uomo che non sarebbe mai morto di malattia o vecchiaia, e il cui addestramento lo rendeva invincibile in un combattimento leale. Si accorgono di questo i suoi nemici, che dopo aver provato a vincerlo in duello, riescono a sconfiggerlo solo colpendolo con una o più frecce avvelenate. Il veleno non priva l’eroe della vita, lo indebolisce solamente, occasione di cui i suoi nemici approfittano per decapitarlo. Gli Achei, al prestargli omaggio funebre, lo fanno dinanzi a una pila di cadaveri, perché il corpo d’Achille, privo della testa e spogliato della sua armatura reale, è indistinguibile dal corpo di qualsiasi altro eroe ucciso nella mischia.


José Eduardo Lopes (Mozambico/Portogallo), História com E maiúsculo(Tradotto da Estrada de Santiago)

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Refusi — Norberto Luis Romero

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Nessuno sapeva dirci da dove fosse spuntato quel dizionario. La nonna negava
categoricamente di essere l’Adelina a cui si riferiva la dedica, e in più sosteneva di
non sapere chi fosse quell’Assurbanipal. Ammetteva, questo sì, che il libro era in casa
fin da quando ne aveva memoria.
La dedica, scritta in elegante corsivo inglese, recitava: «Per Adelina, nel giorno
del suo onomastico, dal suo caro zio Assurbanipal». Era senza alcun dubbio
un’edizione spagnola, però mancavano le prime due o tre pagine, da cui avremmo
potuto scoprire casa editrice e data di stampa.
«Mai avuto uno zio con un nome del genere», si difendeva la nonna, già di
malumore e stanca dei nostri scherzi. La nonna non era certo il tipo da dire bugie così
senza motivo, ma devo ammettere che negli ultimi anni aveva iniziato a perdere la
sua memoria prodigiosa.
Io e mia sorella scoprimmo l’Assurbanipal (proprio così battezzammo il
dizionario fin dal primo momento) quando eravamo già assidui frequentatori della
biblioteca di casa, e ormai alti e svegli abbastanza da riuscire a raggiungere l’ultimo
ripiano della libreria, dove era rimasto dimenticato per anni.
La mamma assicurò che un dizionario così vecchio non ci sarebbe servito a
niente e non c’era motivo di usarlo: apposta ne avevano comprato un altro più
moderno e completo. Noi preferivamo il vecchio Assurbanipal tutto sfasciato e che
puzzava di umidità, perché ci sembrava un libro con una sua personalità, con una
storia e una tradizione; non come quella scomoda enciclopedia moderna, rilegata in
plastica e con illustrazioni un po’ infantili.
Sembrava che l’Assurbanipal avesse vita propria; prometteva misteri fin dalle
sue lettere minuscole, racchiudeva l’enigma della storia tra uno zio dal nome
spropositato e una nipote improbabilmente sconosciuta. Io e mia sorella Hester
volevamo andare in fondo a questa storia.

Per l’onomastico della nonna ci venne la bella idea di regalarle un libro di
ricette. Lei detestava la cucina. Noi lo avevamo fatto solo per buona volontà, e perché
il libro costava poco. E, naturalmente, questo iniziò subito a girare per casa senza
trovare una propria collocazione.
Quando pioveva o faceva molto freddo preferivamo non uscire e inventarci un
modo per passare il tempo. Se ci stancavamo di leggere o giocare, ci saltava in testa di
fare una torta.
Un giorno mi presentai in cucina con il ricettario nuovo di zecca e a Hester si
illuminarono gli occhi; era il primo libro di cucina entrato in casa e decidemmo di
iniziare a usarlo.
Scegliemmo una torta di fragole per l’illustrazione invitante, aprimmo il libro
alla pagina corrispondente e posammo un coltello sulle pagine per non farlo chiudere.
Hester da un lato e io dall’altro, con le mani bianche di farina, ci mettemmo all’opera.
«Non capisco», disse Hester all’improvviso, rompendo la calma e l’atmosfera
che avevamo creato, «qui dev’esserci un errore».
Mi piegai in avanti e lessi il punto che indicava con un dito bianco: «Quando
avrete ottenuto una pasta omogenea, versate il composto in un davanzale
precedentemente imburrato…». Ci guardammo e scoppiammo a ridere. Cos’era
quella storia di un davanzale precedentemente imburrato? Era senza dubbio un
refuso. Dissi a Hester che, proseguendo nella lettura, di sicuro avremmo trovato
l’indicazione di mettere la torta a raffreddare nello stampo di una finestra. Mi
sbagliavo. Nemmeno una parola su come raffreddare la torta. Grazie a quell’episodio
ridemmo e scherzammo per il resto della giornata.
Non andò allo stesso modo quando, pochi giorni dopo, scoprimmo il secondo
refuso: invece di «tagliate le fragole a fettine», c’era scritto «tagliate gli occhi a
fettine». Questo era, da ogni punto di vista, un refuso di pessimo gusto. A Hester fece
così schifo che ci toccò lasciare la torta a metà. Non volle neanche più usare il
ricettario e così fummo costretti a tornare alle nostre vecchie ricette inventate.

Quando le raccontammo cos’era successo, alla nonna sembrò normalissimo e
ci disse che cose del genere capitano spesso nei libri di oggi, da quattro soldi,
stampati male e rilegati peggio. Comunque sia, quel commento ci suonò come una
frecciatina per il nostro regalo. Io e Hester ci scambiammo occhiate complici. Più
tardi pensammo di rimediare alla nostra mancanza di tatto regalandole un altro libro,
e stavolta uno che le piacesse anche se più caro.
Notammo una smorfia di diffidenza sul suo volto quando le consegnammo
un’antologia di romantici inglesi rilegata in pelle, ma un attimo dopo sorrise e disse
che eravamo dei tesori.
Il terzo refuso lo scoprimmo un pomeriggio. Eravamo nel portico, a
sonnecchiare sulle sedie a dondolo, quando un gridolino soffocato e un colpo secco
sulle mattonelle del pavimento ci fecero sobbalzare. Aprimmo gli occhi e trovammo la
nonna in piedi, accanto alla sua sedia. Si copriva la bocca con le mani e scuoteva la
testa; guardava ora noi ora il libro buttato a terra. Balbettò più volte: «Che insolenza!
Che mancanza di rispetto!». Io e Hester non riuscivamo proprio a indovinare cosa
volesse dire. Quando sembrò aver recuperato la calma e la dignità di sempre, la
nonna ci disse: «Coleridge. Parte VI.» e si infilò in casa impettita. Un istante dopo si
riaffacciò sul portico e precisò: «Pagina 24».
Raccogliemmo il libro, con una certa inquietudine, e leggemmo:

Ma un vento repentino m’investì,
e non aveva suono o movimento:
una rumorosa ventosità
che si espelle dall’orifizio anale.



Continuammo a leggere e notammo sbalorditi che non si trattava dell’unico
refuso e che tutti erano ugualmente volgari e di pessimo gusto.
Evitammo di parlare di quell’inspiegabile incidente, soprattutto con la nonna; a ogni
occasione, ne approfittava per lanciarci occhiate recriminatorie che ci addossavano
una colpa ingiusta.
Una sera, mentre eravamo in salotto, papà entrò indignato per quelle
traduzioni fatte da dilettanti senza alcuna logica e senza rispettare l’opera originale e
lo spirito dell’autore. Portava con sé un libro acquistato da poco. La nonna fece
orecchie da mercante, fissò lo sguardo sul suo lavoro a maglia e si sistemò gli occhiali
mormorando qualcosa che non riuscii a capire.
«Hai sentito cos’ha detto la nonna?», sussurrò Hester mentre mi passava il
libro che le aveva dato papà, in modo che verificassimo quanti spropositi c’erano
scritti.
«Non ci sono riuscito.»
«Ho letto le labbra.»
«Cos’ha detto?»
«Assurbanipal», affermò decisa.
Una volta sicuri che la nonna fosse indaffarata in veranda, sgattaiolammo in
biblioteca e prendemmo il libro.
«Cerca Davanzale
Le pagine mi si imbrogliavano tra le dita.
… Davanti… Davanuino… Stampo.
«Come temevo», mormorò Hester strappandomi di mano il dizionario.
«Cerchiamo Occhio…»
Occhiera… Occhietto… Occhiro… Fragola.
Più avanti, alla lettera S, trovammo alcuni versi di Coleridge come definizione
di una parola che in casa non avevamo mai sentito in bocca a nessuno.
Lasciammo l’Assurbanipal su un tavolo. Il giorno dopo era scomparso. Lo
cercammo per tutta la casa e chiedemmo a tutti. Nonna Adelina giura e spergiura che
lei non sa niente di questa faccenda.


Norberto Luis Romero (Argentina/Spagna), Erratas (da
lla raccolta Transgresiones, Editorial Noega, Gijón, España / Alción Editora, Córdoba, Argentina, 1983)


(Estratto dall’e-book: Un re capriccioso e indolente, Dragomanni, dicembre 2014 — traduzione di Marta Graziani, Silvia Pellacani e Valentina Volpi)

Villa Rica de Oropesa — Adriana Alarco de Zadra

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La storia della tua famiglia, cara Josefina, è gremita di donne che causarono tremori e terremoti tra i coloni delle prime città andine fondate nel XVI secolo. Fino a Villa Rica de Oropesa arrivarono i tuoi antenati, dopo aver viaggiato sopra caravelle, sulla ferrovia, a cavallo e in camion, fino alle remote valli perdute dove giungevano i minatori in cerca di fortuna, di minerali che li avrebbero ricoperti d’oro e argento.

La tua bisnonna morì in odor di santità. Nella vita passava il tempo ricamando venti, tessendo tramonti, accompagnando sacerdoti, seminaristi e missionari e dipingendo crocifissi mentre pregava con fervore, “Signore, dacci oggi il nostro orgasmo quotidiano, e così liberaci da ogni tentazione, amen”.
Sua nonna, invece, la tua trisavola, studiò le erbe studiate, preparò tisane, raccolse bacche, cortecce, radici e semi per farne pomate e unguenti per sanar gli storpi ed i feriti delle miniere. Fu levatrice, guaritrice, compagna e amante, e vide nascere quasi tutti i bambini del villaggio.
Finché non arrivò l’Inquisizione e fu bruciata come strega sopra un rogo.


Adriana Alarco de Zadra (Perù), Villa Rica de Oropesa