Uomini uva — Cristian Cano

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Quando se ne andarono tutti, restai da solo. Resto sempre solo. L’unico che viene fino in cucina è il gatto. Quando mi guarda, credo che si renda conto dell’infelice che sono. Nessuno conosce il segreto che custodisco. Neppure i miei amici che restano a chiacchierare finché viene l’alba. Neanche se l’immaginano. La prima volta che l’ho visto è stato cinque anni fa. Mi sono svegliato di soprassalto per i cani del vicino, e quando sono uscito a lavarmi la faccia nel lavandino del cortile, la vite ha sussultato, lasciando cadere i grappoli d’uva. Sono stato cinque giorni senza chiudere occhio. Ho visto la sua schiena e le sue braccia. Non avrei mai immaginato qualcosa di simile. Penso che siano parecchi, perché quello aveva una gobba con rami e foglie. Quella mattina il gatto è scappato via in un battibaleno. Io sono rimasto di sasso. Adesso lo racconto perché sto perdendo la memoria, ma vi assicuro che quelli non hanno età. Quando la vite si seccherà, non so cosa accadrà. Quel vitigno sta lì da molto tempo prima del nostro arrivo. Non so se lo vedrò mai secco. E gli anni passano volando.


Cristian Cano (Argentina), Hombres uva

(Tradotto da Breves no tan breves)

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