La Casa delle Tette — Nemésio Brito de Almeida

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Ho sempre guardato alle donne con diffidenza.
Forse è colpa della mia storia famigliare.
Mio padre amava svisceratamente il sesso femminile. In occasione del loro venticinquesimo anniversario di matrimonio, la mamma scoprì che papà aveva altre tre mogli. (Da parte mia, il peggio fu conoscere le mie dieci sorellastre.) Ora, ci si aspetterebbe che mia madre lo cacciasse subito di casa. Ma non fu così. Il babbo (per nostra fortuna, o sfortuna, vivevamo in un appartamento molto grande) portò le altre sue tredici donne a casa.
Insomma: mio padre era mormone, ma non lo aveva mai saputo.

Andò avanti così, per anni, tra continue mestruazioni, crisi isteriche, accapigliamenti furibondi. Quando andava bene c’erano le gelosie, le invidie per i vestiti o per i gioielli. O per i vari fidanzati del momento.

Beatriz, la figlia di Ermelinda (o di Cidália, non ne sono sicuro), era la maggiore delle ragazze in casa. E anche la più brutta. Ma aveva un seno enorme che era il suo orgoglio. «Vieni qua, vicino vicino», mi fece un giorno. «Vedi?», disse sogghignando, «non sono mica piatta come quei tavolacci delle tue sorelle».

Furono le prime tette che toccai.

E poi cominciò una giostra, un carosello, un turbinio di tette. Casa mia era la Casa delle Tette. Facevano a gara per farsi spiare, palpare, baciare, succhiare. Tutte contro tutte. E io, raggiante, in mezzo ai loro seni.

Col tempo la mia curiosità cresceva, ovvio. Avrei voluto spiare, palpare, baciare, assaporare il resto delle mie sorelle. Però me lo impedivano: mai più giù del reggipetto, peccato mortale, «Per chi mi hai presa? Per quella puttana di Paula, di Claúdia, di Regina? Prima devi sposarmi, cocco!».

A diciott’anni scappai dalla Casa delle Tette.
Delle tette e basta.

Da allora ho avuto un paio di rapporti quasi seri, centinaia di relazioni occasionali e quasi un migliaio di flirt. È che sono molto diverso da mio padre. Una volta oltrepassato il reggipetto, strappate le mutandine, comincia la mia diffidenza patologica.

Di quando in quando ripenso alla Casa delle Tette, mi metto a macchinare piani criminosi. Che so io: un congegno esplosivo che mandi all’aria tutto, un incendio appiccato in piena notte, gas nervino. Che non se ne salvi neanche una di quelle maledette ipocrite, sacerdotesse del Sacro Capezzolo.

Ma sono accessi di crudeltà omicida che ormai durano poco, pochissimo — passano all’istante. Da quando ho saputo il nomignolo che, là nel quartiere, la gente ha affibbiato alla casa delle mie sorellastre.

Ora la chiamano «la Casa delle Zitelle».


Nemésio Brito de Almeida (Portogallo), A Casa das Tetas

(Tradotto da O Homem Memoh, Ed. Conímbriga 1992)

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